giovedì 2 maggio 2013

Racconto del mese: MARZO




IN SANGUINE SALUS
di Giuseppe Novellino
 
Gli esami del sangue rappresentano, per me, una scocciatura.  Non sono di quelli che s’impressionano; non faccio parte degli ipocondriaci e tanto meno dei fobici che si tengono lontani dagli ospedali per paura di scoprire qualche malattia incurabile. Quando l’analisi mi viene prescritta, vivo solo una specie di disagio: non mi va di attraversare, a digiuno, mezza città e tornare a casa dopo alcune ore.
Ma l’ultima volta ho fatto un’esperienza davvero inquietante. E poiché nessuno mi vuole credere, ho deciso di liberarmi da quell’angoscia, mettendo sulla carta il resoconto di ciò che mi è capitato.
Non ricordo come fossi venuto a conoscenza dell’ambulatorio della Cooperativa “La Spiga”. Sotto la dicitura appariva il motto: “In sanguine salus”. La descrizione del servizio, poi, era dettagliata, prometteva efficienza e professionalità. Si trattava, insomma, di un’iniziativa privata volta ad alleggerire il lavoro dell’Azienda Sanitaria Locale… Ma soprattutto voleva venire incontro ai pazienti. E poi era a due passi da casa.
Mi diedero appuntamento per le otto.
- Fissiamo un orario preciso per ogni paziente – mi aveva detto una gradevole voce di donna, per telefono. – Non dovrà fare alcuna coda. Nel giro di quindici minuti avrà finito. Pensiamo noi a consegnare al laboratorio dell’ASL i campioni di sangue e urina. Naturalmente il servizio è a pagamento. Costa dieci euro.
Era un buon prezzo per evitare attese snervanti.
Quel mattino misi in tasca l’impegnativa e mi recai presso il suddetto ambulatorio.
L’ascensore mi scaricò davanti all’ingresso, al sesto piano. Mi colpì subito l’austero motto in latino appeso alla porta.
L’interno era sobrio, accogliente ma piuttosto freddo. I caloriferi appena tiepidi.
Nell’atrio c’era una specie di reception con sportello. Una donna magra (dalla voce sembrava l’addetta che mi aveva parlato per telefono) mi accolse con un sorriso.
- Buongiorno! È lei il signor Volcic?
- Sì.
- Mi fa vedere l’impegnativa?
Gliela misi davanti.
Scrisse qualcosa e poi mi fece accomodare nella saletta; un locale poco luminoso, arredato con otto sedie e un divanetto. Sulle pareti la frase riproponeva il messaggio: “In sanguine salus”. Era riprodotta su quattro targhette d’un grigio irregolare come quello di un cielo nuvoloso. In ognuna spiccavano, in caratteri gotici, le tre parole di colore rosso intenso.
- Venga, signor Volcic – mi invitò la donna, dopo pochi istanti.
Entrai nella stanza dei prelievi dove mi aspettavano due giovani in camice bianco. Mi colpì la loro magrezza, come quella della donna che mi aveva accolto.
Uno dei due mi si avvicinò. Era bianco con un volto affilato, come il suo indumento di lavoro. Con gentilezza mi disse:
- Si segga… e scopra, per cortesia, il braccio sinistro.
Fece la sua operazione con cura, direi quasi religiosa.
Poi soggiunse:
- Adesso preleviamo anche dal destro.
Mi sembrava insolito.Volli obiettare, ma le parole rimasero in gola.
L’altro operatore, infatti, mi stava già slacciando il polsino della camicia. Chinato su di me, introdusse l’ago. Prima di svenire vidi la nota scritta sopra il taschino del camice.
Poi mi ritrovai in sala d’aspetto, sdraiato sul divano.
- Si sente meglio? – mi chiese la donna.
Una grande stanchezza si era impossessata di me. Volevo chiedere spiegazioni ma mi mancavano le forze. Ero in preda a una strana apatia.
- Vuole che le chiami un taxi?
- No, grazie – feci, alzandomi con fatica. Non volevo il loro aiuto. Desideravo semplicemente andarmene da quell’ambulatorio. Lottando con un violento capogiro, mi apprestai a uscire.
La donna mi allungò un foglio con l’intestazione della Cooperativa “La Spiga” – Dopodomani, da mezzogiorno alle quattro, potrà ritirare il referto presso l’azienda sanitaria.
Presi il foglio, lo piegai e mi avviai barcollando verso l’atrio.
- Non si preoccupi - fece la donna alle mie spalle – non è insolito svenire durante il prelievo.
A me sembrava strano e mi chiesi quanto sangue mi avessero estratto.
Prima di uscire, voltai lo sguardo verso lo sportello, dove la donna si era nuovamente collocata. La vidi fare un cenno di saluto, strizzare l’occhio e alzare (come per un brindisi beffardo) un bicchiere pieno di un liquido rosso. E bevve.
Uscii.
Lascio a voi tirare le somme.
Vi basti sapere, oltre ai fatti, che quando andai a ritirare gli esami, ebbi una sorpresa sconvolgente. I campioni non erano mai pervenuti. Né gli operatori dell’azienda sanitaria avevano sentito parlare della Cooperativa “La Spiga”.
Allora mi recai di nuovo in quella casa. All’ingresso non c’era nessuna targhetta che indicasse l’ambulatorio… Salii con l’ascensore e quando fui sul pianerottolo del sesto piano, davanti alla stessa porta, vidi che vicino al campanello spiccava un nome: Prof. Ildebrando Sanguineti.
Suonai. Venne ad aprire una donna di servizio, rubiconda e tracagnotta, alle cui spalle c’era un atrio del tutto diverso da quello di due giorni prima. Seppi da lei che il professore, ordinario di latino e greco, presso il Liceo Classico “Cesare Cantù”, non era in casa.
Non chiesi altro e me ne andai.
Ci sarà qualcuno, tra coloro che leggeranno questo resoconto, disposto ad aiutarmi a capire cosa mi sia successo?



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1 commento:

  1. Ah, vedi, alle volte la mutua risulta la scelta migliore.

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