mercoledì 5 aprile 2017

Concorso di scrittura: Il bivio


Per mesi e mesi abbiamo cercato di tracciare la rotta che ci avrebbe portato finalmente a El Dorado, ad Atlantide, a Tortuga, a Timbuktu, da qualunque parte; e proprio quando abbiamo sentito sulle schiene frustate dal sole quel brividino che significa: "Ci siamo!", ci siamo accorti che avevamo la mappa al contrario.
Allorché ci siamo chiesti: se le cose fossero andate diversamente? 

Quindi, tra una scazzottata e un cordiale brindisi, ci siamo detti: "E se facessimo un bellissimo contest a coppie?" e ci siamo detti anche che l'idea non solo ci piaceva tantissimo, ma che avremmo dovuto farlo davvero. Così lo abbiamo fatto, abbiamo indetto un nuovo contest!

E cosa dovete fare per partecipare?
Possibilmente partecipare in due, ma va bene anche se partecipate da soli, e partire da questo spunto scritto da una sirena malinconica che si chiedeva come fosse danzare col diavolo nel pallido plenilunio.
Domenica. Era tempo di tornare. Ormai non poteva più fuggire, il volo sarebbe stato lungo. Avrebbe dovuto alzarsi alle otto per andare in aeroporto, ma si era dimenticato che quella domenica era scattata l'ora legale. Non aveva regolato la sveglia. Ma se lo avesse fatto? Se fosse partito come tutti si aspettavano?

Si chiede con gentilezza pirata di raccontare la storia a partire dallo stesso momento, ma una dovrà narrare di come è andata davvero e l’altra di come sarebbe andata se. Possono essere consegnati come racconti indipendenti o finire in un unico racconto in cui le storie si intervallano, a piacere.

Basta registrarsi - GRATUITAMENTE - al forum PescePiratA, troverete le sezioni per postare i racconti, informarvi sulla lunghezza del testo e sui favolosi premi targati PescePiratA, seguendo questo link.

Partecipate? Eddài, venite a giocare con noi!

Clicca qui per scaricare il bando, e qui per scaricare la liberatoria.

mercoledì 26 ottobre 2016

Recensione de La vita va avanti di Vito Ferro, Autori Riuniti



La vita va avanti. Sì. Ma come? Il protagonista Armando Pittella aspirante scrittore, castano, occhi tristi, capelli corti, forse ha un cane. È solo e disorientato. Cosa gli è successo? Dove si trova? Cerca delle voci come ricordi. Il muro davanti ha uno spiraglio. L’umidità è una mano che lo riporta laggiù da dove tutto è cominciato. Alla sua vita. Sì perché Armando è morto. Si risveglia in una sorta di vita non vita nel cimitero dove è sepolto. È una strana sensazione che il lettore percepisce come una condizione a cui appellarsi quando il dolore per la perdita dei nostri cari è struggente. La nostalgia è una costruzione insolita, passa per il protagonista che fluttua con la vita sotto i piedi. Oppure era dietro le spalle? O in mezzo a qualcosa che non riusciamo a definire subito?
La luce tremolante del televisore del custode del cimitero rende la sensazione del trapasso e di una condizione vacillante. Come la stessa vita o la stessa morte che qui è presentata come l’ultima appendice di una vita. Armando non è solo. Ad abitare il cimitero altri che come lui si sono svegliati nel giardino. Non possono uscire da quelle quattro mura, aspettano un parente, aspettano di vedere voci e volti noti per poter ricordare ancora un pezzetto di vita che sembra svanire attimo dopo attimo. Ma chi erano? Cosa rappresentano per il lettore e per Armando?

La vita è una tale distrazione che non si lascia neanche prender coscienza di ciò da cui ti distrae.” (F. Kafka)

Filippo è morto giovane. Alessio morto affogato, è uscito dalla tomba ma non riesce a parlare. È il pensiero muto. Armando non ricorda niente. L’anima diventa una propaggine inquieta. È una trasposizione. La compagnia tra i morti non è salvezza, ma sofferenza. Non mangiano, non dormono, non sognano. I personaggi sono i diversi alter ego di Armando. Saverio soffre, non esce dalla tomba. La sofferenza che Armando chiude e trattiene in se stesso. Le mancanze un elenco inutile a rileggerlo che prende senso dopo la vita, quella a colori. Chiara la donna di Armando. L’attesa. La felicità è un “ricordo” dolce, pensa Armando.

Non sanno quando sarà come sarà dove andranno, solo questo li accomuna ai vivi, ancora”.

La loro condizione non sarà per sempre. Svaniranno prima o poi e si dilegueranno solo dopo cosa? Ecco che qui il libro sa trasportare fino in fondo alla morte. O alla vita dove il destino è una riga immaginaria. Separa le sponde di un fiume fatto di altre storie di terra.
Ma non tutti hanno accettato di essere morti. Il senso claustrofobico della bara è la prigione dei sentimenti o rammarichi più intimi. Ma la morte come ce la presenta Vito Ferro è una morte che assomiglia a un’appendice. La morte come una vetrina allo specchio.

Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo...Non ci sarà dunque, per le cose che sono, non la morte, bensì un’altra specie di fine, o una grande ragione: qualcosa così, come un perdono?”( F. Pessoa)

I personaggi si rivolgono agli altri come se fossero ancora in strada, al bar a discutere di politica. È una condizione che sposta l’equilibrio tra quello che possiamo credere e quello che crediamo davvero. Il cuore è sempre il senso delle cose. La morte accarezza tutti, non si impietosisce di lustri e onori.
Niente resta. Quanto si può resistere?”.
È una morte vista da tutti i punti di vista. È la morte di chi rimane appeso, di chi rimane a passeggiare tra le tombe, è la morte di chi non ha più nulla da perdere. È la morte di chi aspetta la morte. È un libro che fa da ponte. Una sorta di lucernario dove le cose non sono nitide come le ricordavamo ma prendono un’altra forma. Una forma instabile ma importante. Il silenzio è una figura densa. Al contrario della nebbia, ma Vito Ferro ci sa regalare un finale con il sole.
Lascia perdere Armando per quieto vivere”.


Samantha Terrasi

lunedì 29 agosto 2016

Racconto del mese di giugno 2016: A prendere il latte di Giuseppe Novellino


– Giuseppe, devi andare in latteria.
– Uffa, mamma…
Era un tardo pomeriggio di primavera. I tre fratellini stavano guardando la Tivù dei Ragazzi. Mago Zurlì aveva presentato il mimo; e ora i due attori stavano raccontando la loro muta storiella.
– Lo sai che Elisabetta vuole il suo latte, per cena. E fra poco diluvia.
– Sì, sì… il latte. Voglio il lattino.
La Betta aveva quattro anni. Era la più piccola dei tre. Giuseppe ne aveva ormai sette e a lui toccavano i piccoli servizi, come quello. Lorenzo stava nel mezzo, ma la sua non era una condizione favorevole: faceva parte dei due piccoli o dei due grandi, secondo le circostanze.

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Racconto del mese di luglio 2016: Labor omnia vincit di Spugnamarina

  
Così mi indicavano le guardie, per farmi capire dove fosse la casa di reclusione.
L'imbarcazione solcava il mare della costa toscana, inseguita dai gabbiani. I becchi aspiravano la brezza marina, lanciando striduli versi di sfida. Sembrava cadessero dal parapetto del motoscafo, per riapparire portati in alto dal vento; colpiti dai raggi del sole e tramutati in punti argentei, ricadevano giù come pioggia metallica.
La vedi laggiù...è quella strisciolina all'orizzonte.


Continua a leggere su PescePiratA: http://pescepirata.it/aspiranti_scrittori/viewtopic.php…
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venerdì 19 agosto 2016

Bollettino di navigazione - 19 agosto - sesto anno in mare


Pirati, tiratemi a bordo!
Va bene la vacanza natura avventura sull'isola deserta, ma 'sto atollo con solo una palma e niente acqua mi ha un po' stufato. Son stufo di bere sangue di pesce, passatemi il rum! Certo vi avevo detto io che il vostro capitano avrebbe potuto resistere anche all'infinito, di andarvene e vi avrei fatto vedere, ma potevate tornare anche prima di un mese.
Comunque, in questo tempo cosa è successo? Tutti in vacanza eh? E la nave? Avete votato per il racconto del mese di luglio? No? Allora forza, su su su!
E i racconti di agosto? E i nuovi arrivati? E l'ultimo manoscritto in valutazione? E i lavori in revisione? Aveto letto, avete guardato?
Beh mentre voi vi date da fare, vado a svenire in cabina. E quando esco voglio che la nave sia ripartita, lucida, pulita, pronta, e soprattutto voglio vedere montagne di patate, quintali, tonnellate! Giallo ovunque...

Alla via così...

lunedì 20 giugno 2016

Una nuova strada: Autori Riuniti



Oggi siamo andati a bussare alla porta di Autori Riuniti, casa editrice fatta solo da Autori. Vi incurosisce la cosa? Andiamo a scoprire di cosa si tratta.

Samantha- Benvenuti, siamo felici di ospitarvi qui su PescePirata.

Autori Riuniti- Grazie a voi.

S- Si è parlato spesso di crisi dell’editoria, del self-publishing. Si pubblica troppo. Ci sono troppi scrittori. Perché creare Autori Riuniti?

A.R.- Perché è esattamente la risposta ai problemi che hanno causato la crisi dell’editoria. Si pubblica troppo, è vero, ma si pubblica sempre secondo vecchi schemi che vedono da una parte gli autori ignari dei meccanismi che regolano l’editoria affidarsi ciecamente alla capacità promozionale delle case editrici, gli editor a rincorrere il personaggio televisivo di turno tradendo il patto con il lettore che non può più fidarsi di nessun marchio editoriale, i distributori e i promotori a ribadire scorte di ovvio nei magazzini delle librerie di catena. Il nostro progetto garantisce un controllo di qualità perché nessun autore fa editing al suo stesso testo ma solo a quello degli altri autori e in questo modo supera il self publishing salvaguardando l’intermediazione culturale. Responsabilizza gli autori perché li coinvolge in ogni singolo processo (quando passi una giornata in fiera a banchetto a vendere un libro e scopri quanto è faticoso promuovere un libro, forse alla prossima presentazione che fai ti ricordi di fare uno squillo a tutti i tuoi contatti e non speri che sia l’ufficio stampa a farlo per te).

S- Chi sono Autori Riuniti?

A.R.- Sono scrittori che vogliono riportare gli scrittori al posto di comando nella filiera editoriale.

S- Quando e come nasce l’idea di far diventare editori gli autori?

In realtà è un ritorno al passato. Quando si parla degli editori storici di questo paese si parla del lavoro quotidiano da editor di Calvino, per esempio. Non abbiamo inventato niente. Stiamo solo scommettendo sulla capacità di uno scrittore di lavorare su un testo come se non meglio di un editor.

S- C’è un motto o un detto o la frase di un libro che vi ha ispirato nel vostro progetto?

A.R.- Ce ne sono tante. Sul nostro sito internet c’era spazio solo per una citazione per volta. Quella che abbiamo scelto in queste settimane è di Michel Houellebecq: Vivere senza leggere è pericoloso, ci si deve accontentare della vita, e questo comporta notevoli rischi.

S- La scrittura ha ancora un ruolo centrale o ci sta trasportando verso nuovi orizzonti? La nascita di blog, pagine dedicate, forum di scrittura creativa cosa rappresentano?

A.R.- La scrittura non è mai stata protagonista come in questi anni. Scriviamo tantissimo: sms, post facebook, tweet. E scriviamo tantissimo di letteratura. Una delle prime cose che abbiamo fatto una volta fondato il collettivo è stata censire (o almeno provarci) tutti i blog e le riviste letterarie. Sono tantissime ed è un bene. Il fatto che a parlare di letteratura non siano solo le grandi firme della critica letteraria storica ma giovani blogger che amano la lettura non può che essere un modo per salvaguardare il rapporto tra scrittore e lettore, per evitare quello scollamento che un’arte sempre subisce quando la si lascia in mano all’accademia.

S- Chi diventa editore o autore in Autori Riuniti? C’è un criterio di selezione?

A.R.- C’è una prima scrematura che facciamo, come tutti, partendo dalle sinossi che chiediamo agli autori e dalla letture delle prime pagine. Purtroppo tantissime proposte non superano questo primo test per via di problemi grammaticali e sintattici piuttosto gravi. Poi, ciò che rimane, viene sottoposto a dei comitati di lettura. I comitati sono sempre composti da un numero dispari di autori perché crediamo che vada evitata il più possibile l’unanimità. Come scriviamo nel nostro manifesto: un libro che piace a tutti è solo ovvietà in formato tascabile. Se un manoscritto viene scelto per essere pubblicato chiediamo all’autore in che modo gli andrebbe di contribuire al progetto. Se è un grafico ci proporrà di dare una mano nell’impaginazione o nella scelta delle copertine, se ha un divano letto ci ospiterà quando andremo a presentare dei libri nella sua città. Ma non è obbligatorio. Nessuno deve pagare un solo centesimo o fare cose che non ha voglia di fare. Se crede nel progetto troverà il modo di farlo crescere insieme a noi.



S- Quale libro diventa un Buon Libro? Un equilibrio tra scrittura, tecnica, empatia e il lettore? O nessuna di queste cose? Quanto spazio si dà alla creatività narrativa?

A.R.- Un libro è un buon libro quando ha una storia da raccontare, quando il suo autore la sa raccontare e quando questa storia può essere letta a più livelli, sia dal lettore occasionale che da quello più accorto. Non c’è altra via e non c’è mai stata. Il lettore (che poi è la stessa persona che guarda le serie tv e non riesce a smettere di farlo per anni e anni talmente sono avvincenti) ha bisogno di essere catturato e portato dentro a vite che non sono la sua, ma che poi a fine lettura sapranno dargli una chiave di interpretazione inedita della sua esistenza.

S- Per un autore farsi conoscere è sempre una sfida che a volte si circonda di incognite. Cosa propone Autori Riuniti? C’è qualche consiglio che vorrebbe dare all’esordiente o all’emergente? C’è veramente spazio per tutti?

A.R.- No, non c’è spazio per tutti. Il consiglio che diamo è quello di allontanarsi il più possibile dalla propria vicenda, da quei tormenti individuali che quando si comincia a scrivere sembrano essere di vitale importanza anche per gli altri. Non lo sono. Bisogna costruire storie che parlino a tutti. Bisogna mortificare l’ego che vorrebbe far mostra di erudizione a vantaggio della scorrevolezza della lettura. Bisogna tornare a narrare e smetterla di mettere in mostra il proprio io claudicante.

S- Vi appoggiate a Messaggerie per la distribuzione. Non è un limite per una casa editrice piccola appoggiarsi un distributore così grande? O è un vantaggio?

A.R.- È inevitabile. Il nostro intento è soprattutto essere letti, ma perché questo accada, i nostri libri devono essere trovati dai lettori. Una realtà appena nata come la nostra non ha la forza di dialogare autonomamente con i punti vendita che superano le mille unità nel paese. Aiuterebbe tanto se le librerie indipendenti si unissero in un grande consorzio e se si potesse dialogare con un loro buyer nazionale unico. 

S.- “La distrazione di Dio” romanzo d’esordio di Alessio Cuffaro. Perché lo avete scelto?Cosa vi ha colpito e cosa colpirà il lettore? Una frase che lo caratterizza. 

A.R.- È un romanzo sorprendente che risponde esattamente all’identikit che abbiamo appena fatto. Una storia avvincente che copre un intero secolo, che fa viaggiare il lettore da Torino a Parigi, da Praga a New York. Più che una frase, ciò che lo caratterizza è il saper rispondere a una domanda: che forma daresti alla tua vita se potessi vivere quella di un altro?




Samantha Terrasi per Pesce Pirata 

martedì 14 giugno 2016

Racconto del mese di maggio: Non voleva rompersi di Samy74

Aveva una cura meticolosa nel sistemare gli oggetti nella lavastoviglie. Prima i bicchieri in vetro, poi quelli in plastica. Le tazze per il thè e quelle per il caffè le metteva in bilico. Quelle bianche spaiate, di porcellana scadente, invece le metteva in basso al posto dei piatti che ammassava nel lavandino e lavava a mano, consumando tutto il detersivo. Usava panetti di burro per cucinare e i piatti erano untosi, scivolosi. Le padelle erano tutte bruciate. Non ingrassava neanche se avesse mangiato tutto il giorno, rimaneva ossuta con le ginocchia di fuori come un mattarello scolpito male. Le curve non avevano accarezzato neanche il viso, occhiali e una montatura nera nascondevano solo due occhi chiari e muti.

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