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sabato 25 novembre 2017

Racconti di note #6: Oggi è un giorno felice di Calibano



Ce ne stiamo a guardarci, io e Hadiya, mentre in lontananza la barca si avvicina.
Guardiamo i nostri visi aridi, la pelle secca. I capelli sporchi e i vestiti unti. Hadiya era un insegnante, le piacciono i bambini, mai avrebbe pensato di ridursi così.
Buttata. Gettata via, come un cencio usato. A trent'anni non interessi più come oggetto sessuale, sei vecchia e malconcia.
La sabbia del deserto libico ti graffia, quando il vento si alza e ti sfiora le guance. Sembra quasi una carezza, quel vento.
A pochi metri un'altra donna tiene accanto a sé un bambino, chissà dove ha preso quella radio con cui gioca e vive in un mondo tutto suo.
Il sole sta calando sulla baia di Sebratha e siamo in trecento ad aspettare la barca. E' il fumo della raffineria a guidarla, naviga sotto costa, lenta.

mercoledì 22 novembre 2017

Racconto del mese di ottobre: Cinereo di falconieredelbosco


Nel grigio pomeriggio di fine febbraio un uomo e il suo cane camminano
fiancheggiando il fiume che scorre veloce dopo le abbondanti piogge della stagione.
Si fermano, là, dove un tronco sradicato di betulla blocca il passaggio.
Si siedono come sempre nello stesso posto, lui sul masso in pietra grigia, il cane accucciato ai suoi piedi; ascoltano il canto dell'acqua mentre ammirano sulle sponde l'esplosione della fioritura dei bucaneve, i fiori della vita e della speranza. Le bianche campanelle pendule scortate da foglie glauche a forma di nastro punteggiano il terreno umido e pesante tappezzato da foglie secche di robinia e platano.
A primavera il bruno mantello invernale sarà ricamato dalla serpeggiante pervinca lilla e più avanti dal convolvolo che avvolgerà con le sue spire ogni arbusto lottando con il luertìs, l'invasore estivo dai germogli rampicanti, gustosi in insalata.
Più a valle si intravede la diga della centrale elettrica; è là che vengono recuperati i corpi degli annegati. Nudi. Quando scompare qualcuno si corre subito alla diga per vedere se c’è un corpo nudo; risalendo lungo le rive si ritrovano gli indumenti ben piegati accanto alle scarpe.
È sempre stato così il rituale del suicidio su questo fiume.

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domenica 29 ottobre 2017

Racconti di note #05: Maria Jamelia di MasMas



Nel cortile di terra rossa attorno alla struttura in mattoni e fango i bambini giocavano a rincorrersi.
L’uomo dalla pelle color cacao nella tonaca chiara era seduto davanti alla porta. Li guardava e sorrideva un sorriso malinconico.
La piccola Maria Jamelia, cinque anni, si avvicinò. Il volto color cioccolato al latte era sporco, il vestito era strappato su una manica, ma la piccola aveva negli occhi una dignità che solo un orfano che ha vissuto gli orrori della guerra può mostrare.
L’uomo trasformò il sorriso in uno a tutti denti. Accolse la bimba con una carezza tra i ricci: “Ciao cara. Hai bisogno di qualcosa?”
Quella puntò il dito alla costruzione dietro: “Perché ho il nome della chiesa?”
L’uomo si girò a guardare: “Sai, è una storia speciale. La vuoi sentire?”

giovedì 28 settembre 2017

Racconto vincitore del contest "Il bivio": Quello che la Lola vede





PROLOGO

Zoppico verso la ruota panoramica. Non ho sul serio intenzione di salire, è solo per avere una direzione. Saltimbanchi, skaters e turisti mi passano accanto, ignorandomi. Neppure loro mi riconoscono. E come potrebbero, maledizione?
Venice Beach è così colorata, rumorosa, soleggiata; mi chiedo che ci faccio qui.
A Laura sarebbe piaciuto.
Laura, che mi aveva chiesto di trasferirmi in Italia.
Laura, che odiava volare, e che dopo quest’esperienza forse non l’avrebbe fatto mai più.
Sarei stato al mio posto su quel volo? No, mi sarei chinato su di lei e l’avrei baciata, incurante degli altri passeggeri e del bisogno di respirare, finché non fossimo arrivati a destinazione.
Forse non dovrei perdere di vista la mia auto, lì c’è tutto quello che ho. Ma a questo punto che differenza può fare?
Schivo ragazzini con i loro palloncini di zucchero filato, la coscia manda fitte come se un fendente d’avorio vi fosse ancora conficcato.
Avanzo trascinando le gambe, un senso di vuoto dentro; ma è un vuoto dolce, che ha più un sapore di libertà, o forse di malinconia.
Senza una donna. Senza una casa. Senza un lavoro. Il rottame di me stesso. Forse è il sapore di una fine.
Nelle tasche ho gli ultimi venti dollari. Come meritano di essere spesi “gli ultimi venti dollari”?
Il mio occhio buono scorge per l’ennesima volta quelle luci intermittenti: “Lola vede: passato, presente e futuro”.
Scosto la tenda di perline tintinnanti. Dentro al baracchino fa caldo, l’aria è satura di essenze puzzolenti che ricordano le chiese, i funerali. Mi siedo, pronto al peggio.
Lola è una vecchietta grinzosa con un foulard viola sul capo. Sorride mostrando una punta di superbia mentre mischia le carte e le dispone a ventaglio. Me ne fa scegliere alcune, poi legge i tarocchi con quelle rimaste. L’espressione le si fa cupa, alza lo sguardo su di me inchiodandomi allo sgabello.
«Vedo negatività nella tua aura.»
Eh, no. Troppo facile. «Dimmi qualcosa che non so.»
«Vedo l’oblio. La strada segnata dal fato ti condurrà nella nebbia degli ultimi.»
Trattengo un grugnito: oblio. Non ci sono già dentro fino al collo?
«Che altro vedi, vecchia?»
Solleva un sopracciglio, ma non sono ancora sazio di risposte. Mille domande mi sono fatto in questi giorni, ma una in particolare continua a percuotermi le tempie.
«Voglio sapere perché.»
Ricompone il mazzo di carte con le dita nodose, poi si sporge un poco in avanti.
«Tutto ha avuto inizio in un momento preciso.»
«Ah!», sbotto. So benissimo quando tutto ha avuto inizio. Quando hanno stabilito che l’ora ufficiale doveva fottersene di quella segnata astronomicamente dal passaggio del sole per il meridiano locale. Quel maledetto 26 marzo.
Ma se li deve meritare tutti, i miei ultimi venti dollari. È lei che deve dare risposte, non io.
«Come posso aiutarti ancora, figliolo?»
Prendo il portafoglio griffato e lo svuoto sul velluto. I suoi occhi riflettono il bagliore delle candele sulla sabbia, mentre la puzza dell’incenso mi impregna i capelli.
«Voglio sapere come sarebbe andata.»
La cartomante mi scruta nell’occhio buono e poi si sofferma sulla garza da pirata. No, non è per il mio ultimo film.
Si china e da sotto il tavolino trae una sfera. Come quella di Harry Potter, ma dentro non c’è nessuna nuvola che annunci TuSaiChi.
«Fai come me», e appoggia i polpastrelli sulla palla di cristallo a occhi chiusi. Così faccio io.
Poi la sua voce gutturale intona una litania inquietante, una cantilena di parole incomprensibili. La sfera, prima fredda sotto alle dita, ora sembra scottare.
La vecchia tace all’improvviso e io spalanco gli occhi. Nella palla, che riluce di azzurro, vedo me stesso il giorno della partenza.
Accidenti quanta fretta avevo di buttare nel cesso la mia vita!

La storia continua sul forum di PescePiratA!

martedì 25 giugno 2013

Racconto del mese: APRILE





Luma...che???
di Barbara Zanella 

Una bella giornata. Era ora! Questa primavera si stava facendo attendere.
A quasi metà aprile, tutti i lavori nell'orto e in giardino erano in ritardo pauroso. Nei negozi e nelle serre la gente sgomitava per prendersi le piantine più forti e rigogliose. Le più agguerrite erano le signore, accompagnate dai mariti-facchini. Avevano il compito di caricare quintali di terriccio universale nei carrelli e, come ovvio, dare man forte alle consorti, impegnate nelle risse per la conquista del geranio dal colore più brillante e del pomodoro più robusto.
Evaristo e Adalgisa erano riusciti ad arrancare fino alla macchina, carichi di duro lavoro per i prossimi giorni. Borbottando per i prezzi da ladri e brontolando per la maleducazione di quella befana-coi-capelli-alla-Moira-Orfei-che-aveva-tentato-di-tenersi-l'ultima-piantina-di-pansé-viola-presa-per-prima-neanche-fosse-la-regina-d'Inghilterra, guidarono fino a casa.
L'uomo, sotto la stretta sorveglianza della moglie, scaricò il tutto, attento a non sciupare il pansé conquistato a gran fatica. Dopo di che si misero all'opera.
La signora aveva già ripulito tutti i vasi settimane fa, per non trovarsi impreparata alle prime avvisaglie di belle giornate. Iniziarono con i ciottoli e l'argilla per il drenaggio, mettendone sul fondo delle fioriere, quindi del terriccio mescolato con un po' di sabbia.
Adalgisa cominciò a preparare le composizioni, badando alla disposizione dei vari colori. Per ultimo lasciò il pansé, che ottenne un posto d'onore nell'aiuola proprio di fronte all'entrata della loro bella casa, ben visibile dalla finestra di quell'antipatica chiacchierona della signora Bice.
Lavorarono sodo, ma a sera la maggior parte del lavoro poteva dirsi terminata. Misero tutto in ordine ed entrarono per la cena.
Mangiarono, riassettarono e si accomodarono davanti alla tv. Quando andarono a letto si accorsero che piovigginava. Era quella pioggerellina delicata, primaverile, ottima per le piantine appena messe a dimora.
Sognarono un giardino meraviglioso, fonte di ammirazione e invidia per tutto il vicinato, e la loro foto sulla prima pagina di Gardenia.
Al mattino, di buon'ora, videro che aveva smesso di piovere. Fecero colazione e si prepararono per lavorare ancora tra piante e concime.
Ma una brutta sorpresa li accolse sulla soglia di casa. Si girarono a guardarsi fra loro con le bocche spalancate: "Ma cosa diavolo è successo?" esclamò il buon Evaristo.
"Scommetto che è opera del nipote del cugino del cognato della Cesira! Ci ha sempre invidiati, e poi è un delinquente. Me lo ha raccontato la comare della sorella della perpetua del prete!" urlò Adalgisa.
Il loro bel giardino sembrava un campo di battaglia. I fiori piccoli erano scomparsi, mentre di quelli un po' più grandi non rimaneva che qualche stecco solitario. Le fioriere di plastica erano... ecco... morse, come se qualcuno o qualcosa se le fosse pappate. Anche i sacchi del terriccio erano rotti e il contenuto sparso ovunque.
I guanti non c'erano più, nemmeno quelli in cuoio. Il manico era l'unica parte rimasta degli innaffiatoi. Perfino il rastrello grande era ridotto in briciole.
La signora Bice, sentendo quelle urla, uscì a vedere cosa fosse successo. Quando Adalgisa vide la vicina appoggiarsi allo steccato, afferrò l'unica cosa rimasta sana: una paletta per piantare bulbi, con un pezzetto di aglio ancora incastrato nella la lama: "Bice! Confessa, sei stata tu! Avevi invidia di quel meraviglioso pansè, Vero?"
"Ma che dici? Io non ho fatto nulla! Il tuo pansè, poi..."
"Cosa vorresti dire? Era un fiore bellissimo e il colore era una vera rarità!"
"Rarità per te! Per noi veri giardinieri era poco più di un'erbaccia."
"Cosa? Evaristo, hai sentito? Ora vengo là e ti cavo gli occhi, brutta megera! Vandala che non sei altro!"
"Ah! Ti aspetto, razza di vecchiaccia zappazolle buona a nulla!"
Evaristo intanto stava girando per il giardino. Guardava l'attrezzatura con la fronte aggrottata: lui e la moglie non si erano accorti di niente.
Si avvicinò anche Odelio, il marito di Bice. I due uomini, al contrario delle loro mogli, andavano d'accordo e si erano simpatici.
"Odelio, te che dici?"
"Guarda, io 'na roba del genere non l'ho mai vista. Non riesco ad immaginare nulla che riesca a fare tutti 'sti danni."
Evaristo si girò verso le due donne accapigliate fra lo steccato: "Senti, forse è meglio se le dividiamo, prima che si cavino gli occhi."
Riportata un po' di calma, non rimase altro da fare che sistemare tutto e andare a ricomprare quel che era stato danneggiato.
Ritornati dalla serra, riprepararono i vasi e le aiuole. Finirono a sera inoltrata e dalla stanchezza non cenarono nemmeno. Andarono a letto lasciando la finestra leggermente aperta per controllare meglio il giardino.
Dormirono restando sempre all'erta per sentire il minimo rumore sospetto.
Al mattino, per prima cosa, uscirono per verificare che fosse tutto in ordine.
Per la seconda volta si fissarono, imbambolati sull'uscio. Davanti a loro c'era la stessa devastazione del giorno prima.
Lo stupore lasciò questa volta spazio alla determinazione. Adalgisa sarebbe tornata alla serra e avrebbe ripiantato tutto, a costo di rimetterci tutta la pensione. Evaristo sarebbe andato al cementificio e avrebbe asfaltato tutto, a costo di rimetterci tutta la pensione.
L'esito sarebbe dipeso da chi fosse tornato a casa per primo.

Intanto, sotto la siepe, un gruppo di Achatina fulica si stava riposando, digerendo a fatica il secondo lauto pasto in due giorni. Certo che questi umani eran proprio gentili a fornire dei pranzetti freschi e abbondanti. Peccato che di pansé viola ce ne fosse solo uno...

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giovedì 2 maggio 2013

Racconto del mese: MARZO




IN SANGUINE SALUS
di Giuseppe Novellino
 
Gli esami del sangue rappresentano, per me, una scocciatura.  Non sono di quelli che s’impressionano; non faccio parte degli ipocondriaci e tanto meno dei fobici che si tengono lontani dagli ospedali per paura di scoprire qualche malattia incurabile. Quando l’analisi mi viene prescritta, vivo solo una specie di disagio: non mi va di attraversare, a digiuno, mezza città e tornare a casa dopo alcune ore.
Ma l’ultima volta ho fatto un’esperienza davvero inquietante. E poiché nessuno mi vuole credere, ho deciso di liberarmi da quell’angoscia, mettendo sulla carta il resoconto di ciò che mi è capitato.
Non ricordo come fossi venuto a conoscenza dell’ambulatorio della Cooperativa “La Spiga”. Sotto la dicitura appariva il motto: “In sanguine salus”. La descrizione del servizio, poi, era dettagliata, prometteva efficienza e professionalità. Si trattava, insomma, di un’iniziativa privata volta ad alleggerire il lavoro dell’Azienda Sanitaria Locale… Ma soprattutto voleva venire incontro ai pazienti. E poi era a due passi da casa.
Mi diedero appuntamento per le otto.
- Fissiamo un orario preciso per ogni paziente – mi aveva detto una gradevole voce di donna, per telefono. – Non dovrà fare alcuna coda. Nel giro di quindici minuti avrà finito. Pensiamo noi a consegnare al laboratorio dell’ASL i campioni di sangue e urina. Naturalmente il servizio è a pagamento. Costa dieci euro.
Era un buon prezzo per evitare attese snervanti.
Quel mattino misi in tasca l’impegnativa e mi recai presso il suddetto ambulatorio.
L’ascensore mi scaricò davanti all’ingresso, al sesto piano. Mi colpì subito l’austero motto in latino appeso alla porta.
L’interno era sobrio, accogliente ma piuttosto freddo. I caloriferi appena tiepidi.
Nell’atrio c’era una specie di reception con sportello. Una donna magra (dalla voce sembrava l’addetta che mi aveva parlato per telefono) mi accolse con un sorriso.
- Buongiorno! È lei il signor Volcic?
- Sì.
- Mi fa vedere l’impegnativa?
Gliela misi davanti.
Scrisse qualcosa e poi mi fece accomodare nella saletta; un locale poco luminoso, arredato con otto sedie e un divanetto. Sulle pareti la frase riproponeva il messaggio: “In sanguine salus”. Era riprodotta su quattro targhette d’un grigio irregolare come quello di un cielo nuvoloso. In ognuna spiccavano, in caratteri gotici, le tre parole di colore rosso intenso.
- Venga, signor Volcic – mi invitò la donna, dopo pochi istanti.
Entrai nella stanza dei prelievi dove mi aspettavano due giovani in camice bianco. Mi colpì la loro magrezza, come quella della donna che mi aveva accolto.
Uno dei due mi si avvicinò. Era bianco con un volto affilato, come il suo indumento di lavoro. Con gentilezza mi disse:
- Si segga… e scopra, per cortesia, il braccio sinistro.
Fece la sua operazione con cura, direi quasi religiosa.
Poi soggiunse:
- Adesso preleviamo anche dal destro.
Mi sembrava insolito.Volli obiettare, ma le parole rimasero in gola.
L’altro operatore, infatti, mi stava già slacciando il polsino della camicia. Chinato su di me, introdusse l’ago. Prima di svenire vidi la nota scritta sopra il taschino del camice.
Poi mi ritrovai in sala d’aspetto, sdraiato sul divano.
- Si sente meglio? – mi chiese la donna.
Una grande stanchezza si era impossessata di me. Volevo chiedere spiegazioni ma mi mancavano le forze. Ero in preda a una strana apatia.
- Vuole che le chiami un taxi?
- No, grazie – feci, alzandomi con fatica. Non volevo il loro aiuto. Desideravo semplicemente andarmene da quell’ambulatorio. Lottando con un violento capogiro, mi apprestai a uscire.
La donna mi allungò un foglio con l’intestazione della Cooperativa “La Spiga” – Dopodomani, da mezzogiorno alle quattro, potrà ritirare il referto presso l’azienda sanitaria.
Presi il foglio, lo piegai e mi avviai barcollando verso l’atrio.
- Non si preoccupi - fece la donna alle mie spalle – non è insolito svenire durante il prelievo.
A me sembrava strano e mi chiesi quanto sangue mi avessero estratto.
Prima di uscire, voltai lo sguardo verso lo sportello, dove la donna si era nuovamente collocata. La vidi fare un cenno di saluto, strizzare l’occhio e alzare (come per un brindisi beffardo) un bicchiere pieno di un liquido rosso. E bevve.
Uscii.
Lascio a voi tirare le somme.
Vi basti sapere, oltre ai fatti, che quando andai a ritirare gli esami, ebbi una sorpresa sconvolgente. I campioni non erano mai pervenuti. Né gli operatori dell’azienda sanitaria avevano sentito parlare della Cooperativa “La Spiga”.
Allora mi recai di nuovo in quella casa. All’ingresso non c’era nessuna targhetta che indicasse l’ambulatorio… Salii con l’ascensore e quando fui sul pianerottolo del sesto piano, davanti alla stessa porta, vidi che vicino al campanello spiccava un nome: Prof. Ildebrando Sanguineti.
Suonai. Venne ad aprire una donna di servizio, rubiconda e tracagnotta, alle cui spalle c’era un atrio del tutto diverso da quello di due giorni prima. Seppi da lei che il professore, ordinario di latino e greco, presso il Liceo Classico “Cesare Cantù”, non era in casa.
Non chiesi altro e me ne andai.
Ci sarà qualcuno, tra coloro che leggeranno questo resoconto, disposto ad aiutarmi a capire cosa mi sia successo?



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giovedì 7 marzo 2013

Racconto del mese: GENNAIO




Decapuccino



Un cappuccino deca con poca schiuma, grazie.

Quanto mi odi, per questa ordinazione da precisino?
Sono anni che passo al tuo bar ogni mattina, e ogni santa mattina ti faccio questa ordinazione da rompicoglioni, una di quelle che i baristi detestano, soprattutto all'ora di punta della mattina.
Durante questi anni ti ho osservato attentamente: le mani grandi e veloci, che non si soffermano più del necessario sugli strumenti che utilizzano. La pelle giovane del viso, sempre sbarbata di fresco. I capelli castani, rasati ai lati e più lunghi al centro, che quando crescono troppo fanno un’onda che evidentemente non ti piace, perché non appena accennano a inselvatichirsi, corri dal barbiere e ti ripresenti al bar con un taglio fresco. Il profilo volitivo del mento, le labbra carnose, gli occhi verde smeraldo che diventano scuri nelle giornate di pioggia, o quando qualche cliente poco simpatico ti fa penare. Poi l'ironia, fatta di poche parole e di sorrisi sardonici, che illuminano il volto di una luce cattiva che mi fa impazzire di desiderio.
Vorrei spogliarmi di tutti i drappi che questa vita mi ha messo, prenderti per mano e portarti via, lontano da questi strumenti d’acciaio, da questi asfalti grigi. Vorrei fuggire lontano da questo perenne cielo plumbeo, carico di gas di scarico e fumo di fabbriche, da questa realtà piena di impiegati dalle vite strozzate da cravatte di cattivo gusto, che si sfogano in palestra facendo finta che vada tutto bene.

No, non va tutto bene. Mi sento soffocare. 
Sono stanco di indossare un abito che è ogni giorno di più un costume di scena. Sono stanco di fare finta che vada tutto bene. Sono stanco di tenere dentro di me tutto ciò che non va.

Quando mi sono cacciato in mezzo a questo casino? Tanti anni fa, quando ho avuto paura.
Sì, paura. Anzi, terrore. Il terrore di essere ammazzato, non solo fisicamente.
Eliminato dalla vita sociale, o massacrato.
D'altronde anche Pasolini è stato ucciso per questo, no?
Allora ho finito per farmi scivolare tutto dalle spalle. Gli studi di filosofia? Buttati nel cesso: ragionare è una cosa pericolosa, meglio adeguarsi; allora impari a mandare giù tutto e a poco a poco ti dimentichi cosa vuol dire sentirti prigioniero. Dimentichi i confini della gabbia, sbattendoci contro fino a sanguinare. Riesci persino a mentire con un sorriso!

Solo che, a un certo punto, il gioco ti sfugge di mano. Mi sono innamorato di una donna.
Innamorato? Probabilmente innamorato più della compagnia che del corpo... non esiste una commedia che s’intitola: “Ti ho sposato per simpatia”? Ecco, forse a me è successo questo... solo che poi, per simpatia, ci ho fatto anche un paio di figli. Non che le donne non mi piacciano, anzi: non sono così estremista. Le ho dato ciò che voleva: un matrimonio, i figli, una vita benestante.

No, non mi sento ricco.
Lavoro e posso permettermi un tenore di vita agiato.
Mia moglie ha deciso di badare ai figli, e così l’ho lasciata fare.
Le voglio bene, ma siamo come un vetro di finestra: ci scrutiamo solo per vedere cosa c’è al di là.
Quindi lavoro, prendo decisioni, licenzio gente, tutto sotto questo cielo perennemente grigio, in cui nemmeno il sole ha più voglia di mettere piede: fa schifo pure a lui, questa realtà. Mi sembra di essere sul set di “Blade Runner”, ma probabilmente è solo lo spirito a essere color piombo, come il cielo.

Mi guardo allo specchio e chi sono? Un uomo con la barba perfettamente rasata, la cravatta Marinella perfettamente annodata, il completo Versace perfettamente stirato.

Perfettamente infelice.


Mia moglie mi bacia sulla guancia e sorride. Le sorrido anch'io.
Non mi cerca più a letto, grazie a dio. Non è cattiva, ma proprio non mi dice più niente. I bambini crescono per i fatti loro; gli voglio bene, gli sono vicino per quello che serve, per rispondere alle domande, per i colloqui coi professori, ma più di questo, cosa devo fare? Loro cresceranno e si faranno una vita, ed è giusto che sia così. In famiglia sono sempre il rappresentante della sicurezza.

Ecco, mi pare d'essere un rappresentante aziendale in casa mia... Passano il tempo attaccati a videogiochi, leggere per loro è uno sforzo. Forse è colpa mia che non sono riuscito a trasmettergli la passione per i libri, quando impari a ragionare poi è dura tornare indietro. I libri mi hanno regalato questa possibilità.

Questo mi ha fatto soffrire ancora di più del sentirmi diverso dagli altri. Meglio che loro non imparino a ragionare: vivranno meglio, omologati al branco di pecore che ci circondano.

Allora mi accontento di guardarti, caro il mio barista, e di tormentarti ogni mattina con un cappuccino deca con poca schiuma. Avrei solo voglia di sbatterti in un angolo e sentire quanto sei muscoloso, sotto quella camicia slim-fit e quei jeans. Vorrei strapparmi di dosso questi abiti da maschio etero che mi stanno stretti, questa faccia vecchia e rassegnata, sentire tra le tue braccia quanto si può stare bene, smettendola di rinnegare la mia natura.
Mi prude la barba, sembra che in questi giorni voglia crescere senza limiti, mi dà noia un’altra volta.
Lei cresce, io invecchio. Infelice.

- Ecco pronto il decappuccino! 
- Decappuccino? 
- Non è un cappuccino deca? Allora è un decappuccino! - mi rispondi sorridendo, trionfante.
Mi scappa una risata.
- Ah, ma allora anche lei sa ridere? - dice lui - È la prima volta che la vedo da anni, credevo non ne fosse capace! 
- È la prima volta che un barista fa una battuta decente, un avvenimento che merita una replica straordinaria! - rispondo strizzando l’occhio.

Sto facendo il fenomeno con un uomo? Non mi riconosco nemmeno!
Sorridi e torni a occuparti del bar. Mi godo il tuo indaffararti dietro al bancone, mentre sorseggio questo decappuccino con poca schiuma. Oggi non sono riuscito a dirti di darmi del “tu”; mi sento troppo vecchio per giocare con te. Forse domani...

Vorrei finalmente essere ciò che sono, senza più maschere.
Vorrei essere accettato per ciò che sono: un essere umano sotto un cielo di piombo, dentro a un costume che mi sta sempre più stretto.


di annasilvia76 


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giovedì 8 novembre 2012

Racconto del mese: OTTOBRE


Highlander - Chi di giallo ferisce...

Di Elisa Minì

- Credevo che avessi preso un giallo caldo.
- Perché? Cos'ha che non va questo giallo?
- Non è quello che volevo e poi questo colore fosforescente non è adatto al salotto.
- C’erano centomila gradazioni di giallo, ho preso quella che mi sembrava più calda.
- Stai confondendo il caldo con il catarifrangente.
- Beh, la prossima volta ci vai tu a scegliere la vernice!
- D’accordo la prossima volta ci vado io non dubitare, ma mi spieghi perché hai già dipinto le pareti? Non potevi aspettare me?
- Ma se mi hai messo fretta, mi hai perseguitato per giorni perché volevi la tua vernice e ora che ce l’hai non ti va bene. Cazzo!
- Volevo che la stanza fosse finita prima dell’arrivo dei miei, che c’è di male? Come potevo immaginare che avresti comprato una roba così... abbagliante. Se fisso un punto qualsiasi mi viene il mal di testa!
- Fai una bella cosa, vai tu a scegliere la vernice, gialla e calda quanto vuoi e poi ridipingerò le pareti. Che vuoi che sia, su per giù venti ore di lavoro.
- Questo perché sei lento come...
- Come cosa? Dipingitela tu la stanza signora so far tutto meglio io!
- Certo, domani vado a cambiare i barattoli ancora sigillati.
- Ma si vai a cambiarli, vedrai che lo faranno di certo, dopotutto è solo una vernice personalizzata, non ti diranno di no.
- Appunto. Potresti scendere da quella scala?
- Ma dove vivi?
- A te piace questo color angoscia? Sii sincero, ti piace davvero?
- No, lo sai che mi piace solo il viola.
- E allora perché?
- Perché cosa?
- Come mai ho la sensazione che mi stai prendendo per il culo?
- Forse perché hai la coda di paglia.
- L’hai fatto apposta!
- Di cosa stai parlando?
- Si, l’ hai fatto apposta. Hai comprato una vernice orrenda perché sapevi che non mi sarebbe piaciuta.
- Ehi, ti ricordi? Io sono quello con un neurone solo, l’hai detto tu, ho una mente semplice e monografica, non potrei mai partorire un ragionamento così contorto.
- Quindi non l’hai fatto apposta.
- No.
- Allora non hai il minimo gusto.
- Esatto, a me piace solo il viola, tutti gli altri colori non hanno senso, per quante gradazioni e sfumature si possano fare.
- Non si è mai sentita una cosa del genere.
- Lo dici tu, c’è tanta gente che vive bene con le pareti di casa bianche, non ha bisogno di avere altri colori intorno a sé, perché il bianco dà loro tutte le soddisfazioni di cui hanno bisogno.
- È una polemica camuffata da metafora della vita?
- Sarebbe? Sai il mio neurone...
- L’hai appena detto, c’è gente che vive tutta la vita con il bianco senza desiderare qualcosa di diverso, vive una vita piatta e incolore fino alla fine dei propri giorni senza chiedersi come sarebbe cambiare colore alle pareti, senza porsi domande. Colazione, pranzo, cena, nanna, buongiorno e buonasera. Fine dei giochi.
- Non volevo fare nessuna metafora, il mio neurone da solo non è così bravo, mentre tu te ne stai lì a scrivere un trattato di filosofia, a pontificare, a insegnarmi come si fa a vivere. Sai una cosa? Si vive bene anche con le pareti color merda, basta farci l’abitudine, basta non pensare che un giallo caldo sarebbe meglio.
- Bene, mi sembra che non abbiamo più niente da dirci.
- Sul giallo no di certo. E quando arriverebbero i tuoi?
- Te l’ho già detto, arrivano venerdì. Dì al tuo neurone di prendersi una segretaria.
- E tu dì ai tuoi neuroni spocchiosi che sono lì, nella stanza dei bottoni, a fare le convention sul nulla, che forse sono tanti e l’unione fa la forza, ma tutta quell’acidità li porterà all’odio, si scanneranno, si massacreranno fino a che non ne rimarrà soltanto uno...
- Highlander!
- Proprio lui.
- Così il mio neurone e il tuo potranno uscire a bersi una cosa.
- Esattamente.
- Venerdì arrivano i miei. Puoi fare in modo che questa stanza non sembri dipinta con uno Stabilo Boss?
- Non so se potrò, venerdì è dopodomani e in fondo non me ne importa un accidenti della stanza, dei tuoi e di te con i tuoi neuroni isterici. Visto che la casa è di tutti e due, la dividerò in due parti. La tua avrà le pareti calde e i contenuti freddi, la mia sarà fosforescente, pazienza, ma il mio neurone ci starà benissimo.
- Sei il solito esagerato.
- Domani per andare in camera da letto dovrai passare dal bagno tesoro. E i tuoi dovranno dormire nel ripostiglio.
- È tutto?
- No. Il mio neurone mi suggerisce frasi indicibili ma ho deciso di tacere. Adesso lasciaci soli, ci serve assoluto riposo, domani sarà una lunga e rumorosa giornata. Non guardarmi così. Non toccare la scala!
- Domani non sarà una giornata rumorosa ma solo lunga. Tutti penseranno a un incidente. Oh, poverino, si è rotto il collo dipingendo una parete gialla abbacinante come un flash. I miei saluti al tuo neurone!



LA NAZIONE. 2 NOVEMBRE 2010.
Coppia fiorentina muore per un inspiegabile incidente domestico. Marco G., mentre dipingeva una parete del salotto ha perso l’equilibrio sulla scala ed è precipitato addosso alla moglie, Anna S.. In base alle ricostruzioni della Polizia, i due sono morti sul colpo, battendo la testa l’uno contro l’altra. Sono stati ritrovati ricoperti di vernice gialla fosforescente. L’ispettore a capo delle indagini ha commentato così l’incidente: ‘Si è trattato di una clamorosa fatalità, la più singolare della mia carriera. Si esclude ogni movente omicida’.




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