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venerdì 2 maggio 2014

Racconto del mese: marzo


 
Stelle, stelline e Guerre Stellari
di "wyjkz31" Rossana Zago

Luca è in camera sua. Impugna a due mani la spada laser e combatte contro Dart Fener un duello iniziato sul tappeto, proseguito sul letto e che adesso si è spostato fra gli orsetti di peluche.
«Luca, per piacere, vai a prendere il latte?»
«Uffa!»
Ripone la spada laser, rimette gli orsetti al loro posto, indossa sciarpa, giubbotto, berretto e va dalla mamma.
«Ecco. I soldi sono giusti. Non perderli, mi raccomando.» Lei controlla che il giubbotto sia ben chiuso, poi gli fa l’occhiolino e dice: «Lo sai che devi mettere le scarpe, vero?»
Luca strizza entrambi gli occhi, li riapre, sorride. «Sì, sì. Così non ho i piedi freddi. Sì.»
Infila le scarpe e, quando chiude le linguette in velcro, le monetine cadono per terra e la mamma lo aiuta a cercarle.
Prima di uscire si china verso di lei e riceve un bacetto di saluto sulla guancia ruvida del primo accenno di barba.
Fuori fa freddo. Mette le mani in tasca e continua a stringere le monetine gelide per paura di perderle. Cammina lentamente e fa attenzione ad attraversare la strada, come gli ha insegnato la mamma.
Un gruppo di ragazzi sta chiacchierando all’angolo fra l’edicola e il negozio di modellini. Luca guarda dritto davanti a sé e continua a camminare.
«Ehi, Guerre Stellari! Dove stai andando?»
Stringe più forte le monetine. Continua a camminare.
Uno si stacca dal gruppo, gli si mette davanti e Luca è costretto a fermarsi.
«Devo prendere il latte» bofonchia e prova a scartare a destra. Poi a sinistra. È troppo lento: è sempre troppo lento, con quei ragazzi. Resta fermo, si guarda intorno, ma la strada è deserta.
Si sono avvicinati anche gli altri. Lo guardano. Ridacchiano. Uno lo riprende con il telefonino. Luca allunga la mano, per nascondersi, e le monete rimbalzano e rotolano sul marciapiede. Non ne recupera nemmeno una: è sempre troppo lento. Eppure è alto come un uomo e forte quanto loro. Ma si sta esercitando, e quando sarà un cavaliere Jedi, allora sì, che potrà camminare per la strada senza paura.
«Ehi, Guerre Stellari, ma ce l’hai tu l’innamorata? Sai, come Luke Skywalker e la principessa Leila…» Non sanno niente e fanno solo brutta figura.
«Luke Skywalker e Leila non sono innamorati, sono fratelli» spiega. «Luke Skywalker si innamora di Mara Jade e Leila di Ian Solo.» Sorride: è stato bravo.
I ragazzi borbottano fra loro, poi uno gli mette una mano sulla spalla. Luca si divincola e vorrebbe avere la sua spada laser, ma è rimasta a casa, accanto agli orsetti. Ansima, gli occhi sgranati e un rivolo di saliva che scende dalla bocca semiaperta.
«Ehi, tranquillo, Skywalker.» Il ragazzo non lo tocca più e gli mostra le mani, palmo in avanti. Luca non si fida di chi segue il lato oscuro della forza, ma un cavaliere Jedi non deve avere paura; si concentra per entrare in contatto con il lato chiaro della forza e subito si sente più calmo.
Lasciatemi andare… lasciatemi andare… lasciatemi andare… ma non riesce a manipolare la forza e i ragazzi non si spostano.
«Senti, qua vicino abita Mara Jack…»
«Jade, si chiama Jade.»
«Sì, ok, Jane. Ti sta cercando. Vero ragazzi che ci ha chiesto di Luca?» sono tutti seri e annuiscono.
«Davvero ha chiesto di me?»
«Sì, certo. Sei o non sei Skywalker?»
Luca annuisce eccitato. «Dov’è, dove posso trovarla?» Ha fretta, adesso; si avvicina a quello che ha parlato e lo prende per la giacca. Il ragazzo fa una faccia strana e un suo amico interviene: «Dai, lascialo. Ti ci portiamo noi, va bene?»
Salgono in macchina in cinque. Luca è seduto davanti, allaccia la cintura e guarda fuori, ma dopo poche centinaia di metri non riconosce più niente. Posa il dito sul comando per abbassare il finestrino: giù, su, giù, su, giù, su… fino a quando gli intimano di smetterla. Dondola la testa avanti e indietro e cerca il lato chiaro della forza.

Sono arrivati.
La strada è larga, a quattro corsie, con uno spartitraffico centrale.
«Dai, scendi. Vedi? È quella là. Ti sta aspettando.»
Obbedisce. Le luci dei lampioni e i fari delle macchine lo confondono. Sbatte le palpebre. Ci sono molte donne e non sa quale sia Mara Jade; si gira per chiedere aiuto, ma l’auto è già ripartita.
Una donna si avvicina ancheggiando nella minigonna troppo corta, gli parla e lui non capisce bene cosa voglia.
Prova a chiedere se conosce Mara Jade e lei ride, di lui. Vorrebbe tornare a casa, ma non sa da che parte andare. Si avvicina a uno dei platani che costeggiano la strada, si appoggia all’albero e cerca di sentire la forza. Tira su con il naso: non è un cavaliere Jedi, ha freddo, vuole la mamma e gli scappa la pipì.
Una delle donne, la più vicina a lui, lo guarda ogni volta che si accende una sigaretta; poi soffia il fumo verso l’alto, socchiude gli occhi e fissa il cielo nascosto dalla luce dei lampioni.
Il tempo passa e Luca ha tanto freddo che non riesce quasi a muoversi.
«Cosa fai ancora qui?» La donna ha la voce roca e un odore strano.
«Cercavo Mara Jade e mi sono perso.»
Lei lo guarda e ride.
Lui stringe i pugni.
«Ah, sì. Adesso ricordo, è quella di Guerre Stellari! E tu chi sei? Luke Skywalker?»
Luca annuisce. «Sei tu Mara Jade?»
«Chiamami pure Mara» concede, e aggiunge: «Mi hanno chiamato in modi peggiori. Dai, ti accompagno fino dai Carabinieri che ti riportano a casa.»
«Mi scappa la pipì.»
«Guarda che bel platano, sembra fatto apposta. Sbrigati.»
Luca non si muove.
«Se vuoi mi giro, ma stai tranquillo che non hai niente che non ho già visto.»
«Non sono capace di fare pipì in piedi» ammette.
«La farai dai Carabinieri allora, andiamo.»
«Mi scappa la pipì. Devo farla s-u-b-i-t-o.»

Lei si stringe nella giacca troppo attillata. «Ce la fai ad arrivare fino a quel camper?» Non aspetta risposta e si avvia.
Dentro ci sono altre due donne. Il bagno è davvero troppo piccolo, e anche sporco; è difficile abbassare i pantaloni con le mani intorpidite dal freddo: si bagna le mutande, ma poco. Si pettina con le mani, controlla che la maglietta intima non esca dai pantaloni e di aver chiuso la cerniera.
Esce. Resta fermo in piedi e trema.
Mara si avvicina. «Dai che ti preparo qualcosa di caldo. Oggi mi sento buona.» Zittisce le altre due che protestano in una lingua incomprensibile, rovista all’interno dei pensili del minuscolo angolo cottura e ne estrae un barattolo. «Che ne dici di una minestrina?»
Luca dondola avanti e indietro e non risponde.
«Allora? Cos’è, non ti piace la minestrina?»
«No, non tanto.»
Lei studia il barattolo, guarda il ragazzo e sorride.
«Sai cosa? Ci mettiamo le stelline, così diventa come la minestrina che mangiava Luke Skywalker in Guerre Stellari. Che ne pensi?»
Mara ha i denti scuriti dal tartaro, il trucco sbavato e negli occhi una luce triste, ma la forza scorre in lei e Luca smette di dondolare e rilassa le spalle.
«Luke Skywalker mangiava le stelline?»
«E cosa vuoi che mangiasse? Certo che mangiava stelline; uno che viaggia fra le stelle non può mica mangiare tortellini!» E ride.
Ride anche Luca. Ridono anche le due donne. Il camper non è un brutto posto.
Mangiano tutti e quattro attorno alla piccola tavola; Luca sbrodola un po’ di minestrina sul tovagliolo di carta che ha messo al collo, Mara gli porge un altro tovagliolo e lo aiuta a sistemarlo per bene. Fra un boccone e l’altro parlano di Guerre Stellari, della mamma e del papà di Luca, della scuola, dei ragazzi che lo hanno portato fino a là; poi le donne parlano fra loro, e gli sorridono. Fa caldo, gli è venuto sonno, non ha voglia di uscire e non vuole lasciare Mara Jade.
«La tua mamma sarà in pensiero, se non sa dove sei…» prova a convincerlo Mara.
«Oh!» e arrossisce. Fruga nella tasca dei pantaloni, ne estrae un biglietto stropicciato e lo porge soddisfatto a Mara.
La donna lo legge, sembra voler dire qualcosa, ma ci ripensa e compone il numero di telefono scritto sul biglietto.

Mara ha tanto insistito per portarlo a vedere le stelle che Luca ha acconsentito a seguirla.
La strada adesso è deserta ed è acceso solo un lampione ogni due. Lei fuma e l’odore fa tossire Luca. Tira un’ultima boccata e getta la sigaretta in mezzo alla strada.
«Guarda» dice indicando il cielo. «Quella è l’Orsa Maggiore, vedi il grande carro? E dalla parte opposta Cassiopea, a forma di W. Visto? E lì, in mezzo, la stella polare!»
«Wow!» Ma non riconosce le forme che lei gli mostra: solo tanti puntini sparsi nel cielo, proprio come le stelline sparse nel brodo. «Tu ci sei stata, vero?» chiede.
«Oh, sì. Volo fra le stelle ogni notte.»
«E com’è?»
Mara cerca un’altra sigaretta. La accende e soffia il fumo di lato, per non disturbare il ragazzo.
«Bello. La terra vista da distante è tutta azzurra e verde, con le nuvole bianche. E le cose che quaggiù ti fanno soffrire, lassù non si distinguono più.»
«Ci andiamo insieme?»
Tira una boccata e lascia uscire il fumo lentamente.
«La prossima volta che ci vediamo.»
«Prometti?»
«Certo!» Vorrebbe fargli una carezza, ma il ragazzo si scosta e lei si concentra sulla sigaretta, sulla strada e sull’auto che si sta avvicinando.

Luca vede la mamma scendere dalla macchina e le corre incontro: gli mancavano i suoi abbracci. C’è anche papà con lei.
«Amore, come stai? Va tutto bene?» chiedono.
Annuisce. Sorride. Ha tante cose da raccontare. Troppe. Annuisce di nuovo.
«Mara. Ho incontrato Mara Jade!» annuncia. Ma quando si gira Mara è sparita. La cerca in cielo e indica un puntino luminoso che si muove. «Guarda, mamma, guarda! Sta viaggiando verso le stelle!»
La mamma segue la traiettoria indicata da Luca fino alle luci di un aereo di passaggio. «Ho visto, amore.» Rivolge una domanda muta al marito che scuote la testa: non ha visto da che parte è andata la donna che era con Luca.
«Torniamo a casa» dice.
Luca si siede sul sedile anteriore, allaccia la cintura e guarda fuori.
«Lì, mamma, papà. Mara Jade abita lì.»
Il papà stringe le mani sul volante, la mamma si allunga verso Luca e chiede sottovoce: «Sei stato lì dentro?»
«Sì» sbadiglia lui.
«Cos’avete fatto di bello…»
«Abbiamo mangiato la minestrina di Guerre Stellari.» Appoggia la testa al finestrino, chiude gli occhi e mormora: «La forza scorre potente in Mara.»
Il papà allenta la stretta sul volante e la mamma si abbandona sullo schienale.

 

mercoledì 26 marzo 2014

Racconto del mese: febbraio



Oltre

di Alen Grana

 

C’è che a essere piccoli, nel nostro paesino di provincia, bisognava sapersi arrangiare con quello che si aveva.
No, non per le cose di tutti i giorni.
Eravamo sì accerchiati dalle colline ma non ci facevamo mancare nulla.
Giornalaio, fornaio, bottega... tutto, insomma.
Ma a misura d’adulto; neppure un gioco, e ci mancava davvero.
Non gli amici, per fortuna, i più cari: Giovanni, Felice e Libero.
E per divertirci insieme bastava la fantasia.

Chi da piccolo non ha mai giocato a nascondino?
Un classico che non passerà di moda nemmeno oggi, nell’era dei computer.
Giocare nella piazza del paese ci permetteva di usare i nascondigli più impensabili, più difficili e più pericolosi.
La casa di Vanni era già disabitata quando mio nonno era piccolo. Ormai nessuno aveva più memoria di chi fosse questo Vanni. Rimaneva solo un nome e la leggenda che si era creata attorno all’abitazione.
Per quelli più grandi di noi, entrare nella casa mezza sfasciata era considerata una prova d’iniziazione.
All’epoca non ci pensai nemmeno troppo: entrai passando quel portone appoggiato contro il muro e mi diressi al piano di sopra. Dentro era tutto grigio. Polvere e pezzi di mobili rotti. La scala in legno scricchiolava al mio passaggio.
Non pensai a nulla di ciò, il mio scopo era solamente quello di nascondermi e lì, di sicuro, nessuno mi avrebbe trovato.
Oltrepassai una stanza più luminosa delle altre: una lama di sole filtrava da una crepa del vetro sporco. Proprio quella luce, come un faro che attira le navi, mi rapì.
Arrivai davanti alla finestra, cosparsa di ragnatele.
Non toccai niente, per paura che da fuori Giovanni, impegnato nella conta, potesse scorgermi.
La finestra, senza scuri esterni, dava proprio sulla via della piazza. Mi spostai da un lato all’altro per vedere dove fosse il mio amico ma non lo vidi.
Fu un’altra la cosa che vidi.
Me stesso.

Mi si freddano le mani.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni.
Quando ripenso a quella prima volta, un brivido mi scende lungo la schiena portandosi via tutto il sangue dalle dita.

Ero proprio io.
E quella che portavo a mano era la mia bicicletta rossa fiammante con alcuni nastri sul manubrio.
Mi passai le mani sugli occhi. Arrivai pure a pizzicarmi la guancia.
Eppure il me stesso lì in basso non scompariva.
Rimasi così, ipnotizzato da quella visione, senza la forza di aprire la finestra.
Pochi secondi e alla mia destra, anzi, alla destra del me stesso oltre al vetro, arrivò Dafne, una mia compagna di scuola.
Mi si avvicinò, bicicletta al fianco come me e, dopo esserci scambiati qualche parola, ci baciammo.
Le mie mani andarono subito alla bocca.
Lui, cioè io, aveva baciato Dafne. Quanto avevo aspettato quel momento, lei mi piaceva davvero.
Ma baciò lui, e poco mi importava che fossi in realtà io.
Mi ridestai da quel sogno ad occhi aperti non appena i due uscirono dalla mia visuale.

I giorni si susseguirono. Le settimane anche.
Quello che avevo visto mi tornava in mente di continuo.
Mi fermavo a guardare la grande casa di Vanni e la paura di oltrepassare quel portone mi frenava.

Un pomeriggio passavo lì davanti con la bicicletta al fianco ripensando ancora una volta a quell’immagine quando venni raggiunto proprio da Dafne.
Come un fulmine a ciel sereno.”
Quel fulmine fu il bacio che Dafne mi diede proprio lì, in quella via, sotto la finestra misteriosa.
E capii che era tutto vero: avevo visto il futuro.
Possibile?
Possibile davvero che in quella casa vi fosse una finestra che mostrava il futuro?

Chissà chi era davvero Vanni.
Me lo chiesi spesso mentre mi appostavo dietro a quel vetro.

Me lo chiesi quando vidi l’incendio che distrusse il negozio di Natalina, vicino alla Chiesa, un mese prima che succedesse davvero.
A nulla valsero le mie parole d’avvertimento.
A nulla se non a farmi passare per matto.

E, sì, continuai a chiedermelo anche dopo diversi anni, quando vidi Dafne passeggiare per il corso principale con una carrozzina rossa fiammante, come la mia vecchia bicicletta.
Sorrisi, solo pochi giorni prima, infatti, mi aveva confidato di essere incinta.
Non le dissi mai niente. Tenni tutto per me.
Era il mio segreto: la mia finestra segreta verso il futuro.

Eppure, proprio ora che gli anni si sono sommati gli uni agli altri e le mie ossa sono diventate fragili, mi accorgo che anticipare i tempi toglie tutto il divertimento.

Guardo la macchina del becchino procedere a passo d’uomo dalla Chiesa verso il cimitero.
Dietro, allineati in fila, passano Dafne, nostra figlia Melissa ormai cresciuta, i mie nipoti e Felice, l’unico amico ancora in vita.
Sorrido e appoggio per la prima volta una mano sul vetro.
Chissà perché non me l’ero mai immaginato così freddo.

 

venerdì 21 marzo 2014

Racconto dell'anno


Dopo attenta votazione, proclamiamo la classifica dei racconti del mese, in ordine di preferenze:

Regali a Ferragosto
La strega
La canzone di Belfast
Pace impossibile
86
Decappuccino
Vessicchio in love
Marcia funebre
L'impiccato
In sanguine salus
Autostop
Luma...che???

Quindi questa è la classifica dei racconti dell'anno!

Potete rileggere (quasi) tutti i nostri magnifici 11 su blog (cliccando sul nome del racconto).
Buona lettura!

giovedì 27 febbraio 2014

Racconto del mese: gennaio



Bianco e nero

di Giuseppe Novellino

 

Ron uscì dal banco di nebbia e si arrestò sulla sommità del declivio. I pini scintillavano al sole invernale. Un cielo cristallino sovrastava gli aspri rilievi e i valloncelli ricoperti di neve.
Solo in quel momento vide l’uomo a cavallo.
A una distanza di circa cinquecento metri, un quadrupede albino portava in sella un uomo dal cappello ad ampie tese e il mantello nero. Quella figura umana faceva contrasto con la pigmentazione chiara del suo destriero, al punto che sembrava fluttuare sopra la compatta distesa nevosa.
Ron cominciò a scendere per la dolce fiancata della collina. In quel punto il manto era spesso e il suo ronzino procedeva a fatica. Davanti a loro, sempre alla stessa distanza, avanzava lo sconosciuto. Da quando aveva lasciato Laramie, due giorni prima, Ron non aveva incontrato anima viva, quindi quella comparsa gli mise addosso una certa agitazione.
Risalirono il versante di un altro basso rilievo. Poi il cavaliere con il mantello scomparve in una macchia di pini. Una coppia di falchi volteggiò sopra le cime degli alberi. Un debole ululato si perse in lontananza.
Il sole era ormai alto. La neve rifletteva bagliori accecanti.
– Questa era la terra dei Sioux Lakota – pensò Ron a voce alta. – Dovrei trovarmi ormai dalle parti del Little Bighorn.
Una decina di anni prima, in quella zona, si era consumato il dramma degli indiani delle grandi praterie. Adesso i pellerossa si trovavano nella riserva, dalle parti del White River, e da loro non veniva più alcuna minaccia. Lungo la pista di Bozeman, che Ron stava percorrendo, avevano cominciato a costruire una ferrovia per facilitare il passaggio dal Wyoming al Montana. La via a nord ovest, per raggiungere la West Coast, finalmente stava diventando più agevole. Ma lui procedeva a piccole tappe, in quell’inverno del 1886.
Quando Ron fu uscito a sua volta dal boschetto di pini, rivide il suo misterioso compagno di viaggio. Poiché si trovavano sopra un ampio pianoro, dove la coltre nevosa appariva meno spessa, Ron spronò il cavallo, deciso a raggiungere il tizio che procedeva sempre alla stessa distanza davanti a lui. Ma quello manteneva il vantaggio e non sembrava essersi accorto del suo inseguitore.
Prima l’uno e poi l’altro scesero quindi verso un fiumiciattolo che appariva ghiacciato. Doveva essere l’alto corso del Little Bighorn, pensò Ron, oppure il Togue.
Si fermò e stette un attimo a riflettere. Se avesse attraversato una collina senza alberi che si ergeva oltre la sponda destra del torrente, certamente avrebbe tagliato la strada al suo misterioso compagno di viaggio e si sarebbe trovato a faccia a faccia con lui.
Così fece. Si arrampicò in modo agevole sul crinale poco innevato, raggiunse la cresta e scese dall’altra parte. Ma quando scorse il cavaliere vestito di nero, costui procedeva ancora davanti, a uguale distanza. Non era possibile. Il percorso che Ron aveva fatto, scavalcando la collina, avrebbe dovuto metterlo in posizione avanzata rispetto allo sconosciuto. Allora provò a chiamarlo: – Ehi, laggiù! – Ma la sua voce morì nello scenario congelato.
Po venne loro incontro un altro banco di nebbia. Quando ne uscì, Ron vide due casupole costruite con tronchi d’abete, in un punto dove la neve si ammassava più abbondante che altrove. Dell’altro cavaliere nessuna traccia.
La luce del sole si era eclissata dietro un nuvolone nero. Le tenebre invernali sembravano affacciarsi in anticipo. Un lume era acceso dietro i vetri opachi di una finestrella.
Ron si avvicinò al piccolo trotto, reso faticoso dalla neve. Mentre smontava da cavallo, vide la porta di una delle due costruzioni aprirsi. Sull’uscio comparve un vecchio con i capelli grigi e una barba che gli arrivava fino al petto. Indossava un giubbotto rattoppato e impugnava un fucile Sharp per la caccia ai bisonti.
– Chi siete? – chiese con diffidenza.
Ron, tenendo in mano le redini, rispose:
– State tranquillo, non ho cattive intenzioni. Sono diretto a Fort C.F. Smith. Non deve essere molto lontano, vero?
– Ci vorranno un paio d’ore. Arriverete con le tenebre. Per fortuna è luna piena.
– Okay – fece Ron sorridendo – Potrei perdere una manciata di minuti per bere un goccio di caffè caldo?
Il vecchio posò a terra il calcio del fucile e disse:
– Giungete in un momento triste.
Ron gli lanciò un’occhiata interrogativa.
– Una brutta febbre si è portata via il figlio undicenne di mia figlia Florence.
In quel momento,si udirono singhiozzi di donna attraverso la porta socchiusa.
Ron si strinse nelle spalle e annuì. Domandò:
– Avete visto un tizio con un cavallo bianco? Indossava un mantello nero, probabilmente di foggia militare. Dovrebbe essere passato di qui, poco prima di me.
– No, mister. Di qui è passata solo la morte.

 

giovedì 23 gennaio 2014

Racconto del mese: dicembre



La strega

di "wyjkz31" Rossana Zago

 

Catene e buio sono tutto il mondo. Non sento più il lezzo nauseante che mi ha aggredita all’arrivo; ho perso il conto dei giorni trascorsi qui dentro e sono diventata quell’odore disgustoso di sangue, paura e sudore.
Amo le catene che mi impediscono di toccare quello che resta del mio corpo.
La morte. La sento vicina, a volte, e poi, invece, mi risveglio ancora qui. Non può essere peggiore, l’inferno.
Era autunno, tempo di raccogliere funghi e fare scorta di legna per l’inverno. Avrei avuto bisogno dell’aiuto di un uomo, ma un uomo mi aveva avuta, bambina, e avevo promesso a me stessa che nessuno sarebbe più entrato nel mio letto.
Non era una gran vita, la mia, e c’erano cose che mi mancavano; non una casa in muratura o cibo a sufficienza tutti i giorni, o meglio, sì, ma essere libera compensava ogni disagio. In realtà mi mancava una cosa sola: l’amore. E quel giorno d’autunno lo cercavo tra funghi e rami secchi, dove sapevo di non correre il pericolo di trovarlo.
«Ciao» la voce proveniva dalla caverna grande. Non avevo mai creduto che ci abitassero gli spiriti, ma sobbalzai ugualmente.
Un uomo mi stava fissando; arretrai d’istinto.
«Non avere paura» venne verso di me e indietreggiai, consapevolmente . «Non voglio farti del male, non scappare.»
Sorrideva, una chiostra di denti candidi faceva capolino fra labbra rosee come quelle di un bambino, le fossette sulle guance gli davano un’aria inoffensiva.
Mi fermai e impugnai con forza il ramo che avevo appena raccolto. «Parli strano, da dove vieni?» chiesi.
«Hai ragione, sono uno straniero.»
Strinsi con più forza il ramo, pronta a scappare fra gli alberi se solo avesse fatto un altro passo avanti. Lui mi fissava sorridendo.
«Perché lo fai?» chiesi.
«Faccio cosa?»
«Mi guardi e non dici niente. Si può sapere cosa vuoi da me?»
«Che ne pensi se ti aiuto a raccogliere la legna? Vanno bene i rami come questo?»
«Tu non hai mai raccolto la legna, vero?»
«Vero» ammise. «Però sono forte abbastanza per aiutarti a trasportarla. Che ne pensi?»
Mi seguì, carico di legna, per il bosco. Scivolava, cadeva, perdeva rami durante il cammino, sudava e ansimava. Era buffo, faceva tenerezza ma non mi fidavo di lui.
«Ho finito.» Mi avvicinai per prendere la fascina di legna, ma l’uomo sorrise e scosse la testa. «Ti accompagno fino a casa, credo che mi spetti una ricompensa per l’aiuto che ti ho dato.»
Il cuore accelerò i battiti e un velo di sudore mi imperlò la schiena nonostante l’aria frizzante della sera. Non risposi. Scappai. Veloce più che potevo, fra i cespugli spinosi del sottobosco, saltando radici e schivando i rami bassi degli abeti, attenta a non condurlo nei pressi del mio rifugio. Sentivo i passi che mi seguivano, impacciati, sì, ma veloci abbastanza da non lasciarsi distanziare. Ansimavo per lo sforzo e la paura, le gambe doloranti volevano solo fermarsi, ma proseguivo. E lui dietro. Nessuna parola, nessun richiamo. La sua presenza alle spalle, rumorosa come un cinghiale infuriato e altrettanto terrorizzante.
Inciampai, ruzzolai lungo una bassa scarpata e mi fermai a pochi metri da un dirupo.
L’uomo non rallentò e non esitò. Si lasciò cadere e rotolare lungo il pendio, con fidando nella fortuna. Paralizzata dalla paura, vidi il suo corpo avvicinarsi e, senza più controllo, superarmi.
«Aiuto! Aiutami!» urlava l’uomo, le mani aggrappate a una roccia e il corpo dondolante nel vuoto, senza la forza per issarsi in salvo.
Lo guardai. Lo guardai cadere. Lo guardai scomparire nella nebbia d’acqua che risaliva dalle cascate sottostanti.
Nel buio di questa cella lo vedo ancora precipitare e chiamare il mio nome. Come lo sapeva? La domanda mi tormentava assieme al rimorso. Ero un’assassina. Avevo commesso un peccato mortale che avrebbe dannato la mia anima. Quella notte sognai il fuoco e le fiamme dell’inferno.
Non lo sapevo ancora, ma il Signore, o il Demonio, mi aveva offerto una visione di ciò che mi aspettava; un patimento in espiazione del mio peccato o il prologo dei tormenti per la mia anima dannata?
Sono sola, in questa cella, disperatamente . Una strega che non vuole confessare, meritevole delle peggiori torture, dicono, e a volte ci credo. Credo di avere danzato con Satana sotto la luna piena e di aver portato in grembo l’anticristo.
Quando le ferite smettono di sanguinare e il dolore pulsa sordo, costante e quasi sopportabile, allora mi aggrappo ai ricordi, per non smarrire la ragione, per provare a resistere.
Potevo evitare di avvicinarmi alla caverna grande, ma non comandavo alla mente con la stessa facilità con cui comandavo al corpo. Vedevo sempre davanti agli occhi il suo viso sorridente e sentivo nelle orecchie l’urlo che aveva fatto cadendo. Quando me lo ritrovai davanti, lo scambiai per un fantasma.
Scappai e lui dietro, in una replica della fuga di pochi giorni prima, fra sentieri fangosi, sotto una pioggia insistente e gelata. Scivolai, cadendo in avanti tra le foglie marce, lui mi raggiunse e, fra tutte le cose che poteva fare, fece la più incredibile. Si mise a ridere. Una risata aperta, che si allargò nell’aria, sovrastando i fruscii del bosco.
«Dai che ti aiuto; sempre che tu non abbia paura che ti trascini con me nell’aldilà.»
Non avevo intenzione di rischiare e mi rimisi in piedi da sola. «Sei vivo?»
Si toccò il petto con le mani e si diede due schiaffetti in faccia. «Direi proprio di sì. Ho avuto fortuna, l’altro giorno.»
«Quando sei caduto… hai urlato il mio nome. Come facevi a saperlo?»
«Ho sentito parlare di te, giù in paese.»
Non chiesi altro. Immaginavo cosa potevano dire di me i bigotti, che ritenevano salvifici malattie e dolori e peccatore chi tentava di alleviarli, salvo poi acquistare di nascosto le mie pomate e le mie tisane.
Dopo quel giorno lo incontrai ancora, e ancora, e ancora.
Arrivano. Sento i passi e il tintinnio delle chiavi. Sono convinta che facciano più rumore del necessario solo per spaventarmi. L’attesa, le domande, la fila di strumenti di tortura che mi aspettano sono altrettanto atroci del dolore fisico. Prego il Dio in cui nonostante tutto credo. Lo prego di aiutarmi. Davvero non so quale aiuto desidero; riuscire a resistere ancora, morire, smarrire del tutto la ragione. Non so cosa voglio. Mi rimetto alla Sua volontà, ma non trovo conforto.

È finita.
Domani brucerà il mio corpo e la mia anima, nuda, raggiungerà l’inferno per bruciare per l’eternità. Così hanno detto.
Non ho ammesso i miei peccati e brucerò viva. Non mi sarà concessa una morte pietosa prima che venga appiccato il fuoco. È quello che volevo, ma ora ho paura che sia solo un sogno, un’illusione o, peggio, un tranello del maligno.
Raggiungere il luogo in cui mi rifugio per sfuggire al presente è difficile, quando anche respirare mi procura dolore.
Sentivo che in Robin c’era qualcosa di anomalo. Non solo i denti, bianchi e perfetti come non ne avevo mai visti, ma tutto il suo aspetto faceva pensare a una persona molto giovane, invece era un vecchio. Trentaquattro anni. Quando mi disse l’età risi. «Mi prendi in giro. Ho la metà dei tuoi anni e sembriamo fratelli, non è possibile.»
«Da dove vengo io la gente resta giovane a lungo.»
Vedo ancora i suoi occhi, lucenti, che mi fissano e io che mi specchio nelle sue pupille grandi e capisco, senza possibilità di errore, che mi ama.
Il mio primo, unico amore. Il primo e unico uomo che ho baciato.
Il desiderio di sfiorare, anche solo per un momento, le sue labbra è tanto intenso da farmi scambiare il refolo gelido che si insinua nella cella per l’alito caldo di Robin. Socchiudo le labbra screpolate e attendo, invano.
Robin era uno straniero, per il modo di fare, di pensare, per i discorsi che faceva. Ci incontravamo nella caverna grande, la sua casa. Una casa piena di oggetti che non avevo mai visto, magici e spaventosi. Mai ho pensato che potessero essere emanazioni del maligno.
C’era in lui tanto amore per me che avevo l’impressione di amarlo solo perché lui mi amava. Nessun demonio poteva essere capace di amare tanto intensamente .
Entrai nel suo letto. Superai il ribrezzo, la paura, i ricordi e lo amai. Nascosi il ventre gonfio fin quando fu possibile e in seguito uscii di casa solo di nascosto. Giunto il momento, andai da Robin.
Non provai dolore. Per i giudici la prova che avevo dato alla luce il figlio del demonio.
Non lo so, se sia vero. So che i formicolii al ventre erano piacevoli e, dopo una breve pressione, mio figlio scivolò fuori, nel tepore della caverna, senza un lamento.
L’ho attaccato al seno una sola volta, prima che ci trovassero.
«Non posso portarti con me, non adesso. Ti amo. Fidati, ti prego» le ultime parole di Robin. Si allontanò e scomparve con il nostro bambino, come se non fossero mai esistiti.
Il dolore cui sono sfuggita mi è stato restituito, perché una figlia di Eva non può sottrarsi alla condanna divina. Hanno ragione, lo so.
Vorrei fare il bagno. Desidero immergermi nell’acqua tiepida e lavare dal mio corpo il ricordo della prigione. È un’abitudine che mi ha insegnato Robin ed è male, so anche questo.
Non mi salverà dal fuoco, come ha promesso, non mi porterà in un mondo migliore, non guarirà le mie ferite e non vivremo felici per il resto della nostra vita: l’approssimarsi della morte mi ha tolto l’ultima illusione. Domani implorerò il perdono per i miei peccati.

Ho sognato il mio bambino. Muoveva i primi passi appoggiandosi al muro; volevo chiamarlo, ma non potevo perché non conoscevo il suo nome.
Per colpa mia è nato dannato senza speranza di redenzione.
«Strega» il frate usa il crocefisso come uno scudo. «Pentiti!» La voce risuona potente nel silenzio della piazza. Centinaia di persone mi fissano, gli occhi pesti non mi consentono di vederle, ma sento i loro sguardi pungere sulla pelle.
Vogliono lo spettacolo completo e non li deluderò.
Scuoto la testa, andrò all’inferno se è l’unico modo per rivedere mio figlio. In silenzio chiedo perdono a Dio per averlo rifiutato.
Tossisco per il fumo e sento il crepitio della legna in fiamme. Sono dolore, oltre ogni immaginazione, e odore di carne bruciata.
Fra le urla che non riconosco come mie, sento la voce di Robin che mi chiama.

 

venerdì 10 gennaio 2014

Racconto del mese: novembre



Regali a Ferragosto

di "MasMas" Marco Viggi

 

Esco dal mare. “Swosh!”: l’acqua sulla pelle evapora in una nuvoletta bianca. Faccio due passi e la sabbia comincia a temprarmi la pianta dei piedi. “Ahi!” grido al sole. Corro alla passerella. Il cemento è al punto di fusione del titanio. Zompo fino all’ombrellone e salto nella sua ombra.
In mezzo a questa umanità varia, che in fondo è il bello dello stare in vacanza, il mio piccolo angolo privato: i vestiti appesi, le ciabatte, il telo. E la borsa con i regali. Tiro fuori i pacchi incartati: piccoli come un pugno, ma sono tanti. Mi guardo intorno: la gente non mi bada, nessuno che mi faccia gli auguri. Pazienza. Oggi è il mio giorno speciale: tanti auguri a me e mi siedo sul lettino.

La nonna dell’ombrellone a destra è seduta, con la rivista in mano, come quando arrivo la mattina, come quando vado via la sera.
Nemmeno lei è incuriosita dai pacchi. Ne allungo uno verso di lei e tento: “Scusi Wanda, ha visto questo?”
“Eh giovinotto?”
“Dico, questo pacchetto qui, che tengo in mano.”
“Certo giovinotto, ha ragione.” e sorride. Come tutte le mattine, come tutte le sere. È sempre lì. Forse le si è incollato il culo alla tela del lettino, col caldo. Beh, non sarò io a controllare.
Mi allungo verso di lei sfidando il calore da Vesuvio e lo deposito sotto il suo lettino.
Ripete: “Certo giovinotto.”
Quest’inverno voglio venire a fare un salto per vedere se c’è ancora. Le illustrerò la teoria della relatività, per vedere se risponde: “Certo giovinotto.” Se avremo un altro inverno, io e lei.

A sinistra confino con Irene, detta da me Jesseca, con il suo bikini che copre il meno possibile del corpo ambrato steso sul lettino come una pelle di caimano. Ha gli occhi chiusi, come sempre quando arrivo, come sempre quando vado. Anche lei accessorio fisso della spiaggia.
Accanto al lettino il libro. Non gliel’ho mai visto leggere, e spero non lo faccia mai. Manco fosse le barzellette di Totti. Manco fosse 50 sfumature. Manco fosse gli amori adolescenziali di Moccia. No, molto peggio... Non riesco nemmeno a pensarlo il titolo.
Tento di chiedere anche a lei? No. Quando le parlo mi guarda con gli occhi che dicono: “Potresti essere mio padre.” In effetti anche tuo nonno. Anche il tuo australopiteco.
Mi allungo piano anche da lei e deposito un pacchetto sotto il lettino. “Uh, uh!” anche a te Jesseca.

Eccolo. Adesso chiedo a lui. Si avvicina Telefunken: nome d’arte per cuccare le tedesche, all’anagrafe Lorenzo Belli, il bagnino. Si avvicina con il passo a metà tra Fonzie e Bay Watch, almeno dice lui. A me ricorda più Bambi sul ghiaccio. Però ci crede anche Irene, a quanto pare. Lui arriva al di lei lettino e sorride: Jesseca si scioglie come gelato nel forno. Uno sguardo complice e tirano fuori il cellulare per scambiarsi qualche messaggio pieno di ke e nn. Poi passa da me. Vorrei porre a lui i miei xké ma lascio stare.
Mi allungo sulla sabbia che scotta come quella su Venere d’estate e lascio cadere un pacchetto nel retino che tiene in spalla.

“Cosafaicosafaicosafai?”
Giannino, il figlio di... qualcuno di sicuro, di chi non si sa. Non sono mai riuscito a chiederglielo, perché...
“Deipacchettibellisonotuoipossoprenderne...”
“No, non puoi pr...”
“Daidaidaifammeneaprireunoduequattrodiecièiltuocompleannobelloilmioinvece...”
“No, non te li faccio aprire e...”
“Daidaidaisolounomacosac’èdentrodaifammivederedimmelo...”
“Guarda,” prendo quello che mi ero portato nel caso qualcuno avesse tentato di curiosare e lo apro. Dentro c’è la biografia di Tolstoj. “Sono libri, tutti. Libri. Come a scuola. Ma visto che ci tieni, prendine uno. Ecco, questo qui.”
La parola magica libro sortisce l’effetto: “Ah... Grazie, ciao.” Lo afferra con due dita tenendolo lontano come fosse cacca di scarafaggio puzzone e fugge via.

Un rumore dietro: “Ciao capo. Comprare braccialetto cuoricino. Sì?” Mi giro e mi appare un nero con una maglietta dei Miami Dolphins, diciotto cappelli da Indiana Jones in testa, tre scope in spalla, teli da mare sotto braccio e un pannello di cartone con infilati duemila braccialetti rosa a cuoricini, occhiali da sole, orologi, collane, pastiglie per i freni, l’uomo del tonno Insuperabile, una pistola laser e la mela di Biancaneve.
Mi salta il cuore nel petto e trattengo un grido: l’ubervucumprà.
“No grazie, non ho soldi.” Mento.
Lui stringe gli occhi e si vede che pensa: “bersaglio non pagante”. Per un secondo lo sguardo gli passa da allegro ad arcigno poi un gridolino di Irene gli stampa il sorriso sulla faccia e se ne va da lei. Ma gli africani hanno più denti di noi? Boh, intanto mentre si gira gli deposito un pacco dentro una delle mille borse, semiaperta.

Ta tattatta tattatta tattatta ta. La corazzata Potemkin. La suoneria del mio cellulare che ho messo quando chiama mammamogliesorella: per me sono tutte uguali, tutte la stessa persona.
Mi tocca di rispondere: “Ciao.” Non c’è bisogno di dire altro. Poggio il telefono. Mentre una voce ronza dall’apparecchio, mi guardo intorno. Sole, mare, solitudine, una vacanza per recuperare dallo stress di una vita. Non potrei desiderare di più.
Mah. Che faccio adesso di bello? Prendo un altro pacco. Questo ha la carta d’argento, con tante righine blu e verdi che si incrociano, in diagonale. E un fiocco fatto con nastro rosso, con tanti riccioli cadenti. Al mio amico son venuti bene. Con quel che mi son costati. Ma non importa, tanto dopo oggi non sarà più un problema, il denaro. E questo a chi lo do?
Ops, dimenticavo il telefono. Lo riprendo e attendo un silenzio. A lungo. Tocca a me: “Certo. Come dici tu. Adesso metto giù che sono a secco con la batteria, scusa. Baci.”
Tasto rosso.

“Ué, cara, finalmente al mare!”
Sulla passerella c’è il cummenda. Aspira alla briatorietà: capello brizzolato, occhiale, pelle cadente ma lampadata al limite del pollo arrosto. Slip bianco che delinea ben bene ciò con cui ragiona.
È con la moglie di questo agosto. La tiene tipo baguette sotto braccio, tanto è secca come un cardo, per il botulino. Pesa trenta chili causa anoressia d’ordinanza. Le tette di gomma sono così gonfie che se non la tenesse lui volerebbe via.
Son fermi sulla passerella, a finire la sigaretta. Lui aspira l’ultima boccata poi la afferra con due dita e la lancia. Il mozzicone finisce proprio tra i miei piedi.
Sbuffo come un toro di fronte a un sipario di un teatro. Mi lancio alla carica a testa bassa e incorno il cummenda al basso ventre.
Nella mia fantasia.
Nella realtà loro mi passano davanti mentre io respiro forte e sbollisco. Mi sento un Ghandi. Mi sento un Buddha. Mi sento un codardo.
Però, mi allungo e aggancio un pacchetto all’alluce della mummia, ops... moglie.

Ritorna Telefunken, ha in mano il retino, sta pulendo la spiaggia. Miracolo! In genere lo fa quando Urano è in trigono con il suo culo. Ma deve anche passare la cometa di Halley. Arriva da me e ignora la siga del cummenda, a imperitura memoria della mia coglionaggine.
“Ciao...” tento, ma non mi sente. Lo sguardo da San Bernardo è puntato sulla bionda col bikini più piccolo del mondo che si bagna i piedi in mare. Sorrido. So già l’effetto che farà il suo “Me ghiama-re Coccolino, io ti amo.”
Chissà dov’è finito il pacchetto che gli avevo messo nel retino. Me ne preoccupo? Ma no, va. Oggi mi sento fortunato, e generoso: gliene deposito un altro.

“Coccobbellococco!”
Eccolo qua il venditore più tipico della riviera romagnola. Manco fossimo in Congo. Manco lui fosse congolese. Non sapevo che Napoli fosse luogo di coltivazione della palma da cocco: o’ cocc’e Posillipo D.O.C.G.
Il tizio col carretto e il secchio dell’acqua mi guarda con gli occhi stretti. Deve aver notato il mio sguardo che dice: “Se siamo in Romagna perché non mi vendi un bicchiere di sangiovese? Una piada? Anche i tortelli caldi andrebbero meglio.”
Ripenso al mio coraggio col cummenda e abbasso lo sguardo su un pacchetto. Scavo un buco, prima col piede, poi con la mano. Tanti auguri, questo lo lascio qui.

“Coccobbellococco!”
Il tizio non molla. Continua a girarmi intorno e a fissarmi.
Alzo lo sguardo e sorrido. Lui sorride meno, per usare un eufemismo.
Gonfia il petto e mi punta: “Capo, che avite? Vulesse nu cocc o andate a cerca’ nu uaie?”
Ok, l’ho fatto incazzare. È colpa mia, sempre a criticare. Dai, mi farò perdonare: “Sì buon uomo, grazie.”
“So tre euro.” A faccia ro c...occo! Poggia il carretto, il secchio con l’acqua e ci toccia i piedi.
Sorrido: “Credevo che servisse per bagnare il cocco.”
“Certo.” Dice lui tocciando il mio pezzo di cocco nell’acqua.
Sorrido meno. Si struscia il naso col risucchio e passa il cocco in quella mano per porgermelo. Sorride di più. Io ancora meno.
Guardo oltre la sua spalla: “È la finanza che ha la divisa grigia vero?”
Si gira. Io butto il pacchetto nel secchio.
“Porc’a maronn!” Grida, e in un attimo non v’è più.
Tre euro risparmiati. Torno a sdraiarmi.

Sento un rumore di plastica che sfrega. Poi puzzo di gomma vulcanizzata, visto il sole. Sulla passerella mi sgomma davanti un canotto a forma d’uomo. No aspetta, è un uomo gonfio come un canotto.
Accosta davanti a me. Sta sudando ormoni della crescita come un camion col radiatore bucato. Sorride, ha i muscoloni anche nella mascella. Lo immagino a sollevare mini bilancieri con le labbra.
Punta Irene: sento l’odore degli estrogeni che lei sprizza mentre lui la guarda.
Lui scosta il ciuffo biondo dalla fronte. Lei si morde il labbro. Lui tende un bicipite. Lei ovula.
Un rituale di accoppiamento in diretta, manco Quark. Forse, tra poco lui comincerà a danzare agitando i gomiti e saltellando con gli occhi fuori dalle orbite: “Hu aha! Guru guru.”
Tutta quella carne esercita una lieve attrazione gravitazionale, la sento.
Provo: salto come un popcorn in padella sulla sabbia, gli appoggio un pacchetto alla schiena e rimbalzo indietro. Il pacchetto rimane lì, attaccato. Misteri della gravitazione universale.

Ho sete.
Mi alzo, prendo un pacchetto e vado al bar gestito dalla Carmen. Una ragazòna ruscpante figlia di quescta terra di Romagna, con tutti i suoi chili di troppo al posto giusto: laterali, retro basso e fronte alto.
“Mo buona sera, mo cosa la vuole il nostro bel clientino qui!”
“Buona sera, mi da un’aranciata?”
“Mo come no! Ecco qua. Mo vuole la canutza?”
“No grazie. Quant’è?”
“Mo non la vorà mica andare via subito.” Beh, io veramente pensavo di sì. “Mo lo vuole asagiare un goccio di lambruschino? È tutto genuino qui in Romagna.” e ammicca al suo davanzale.
“Un po’ di formagino, questo qua mo vien dale nosctre coline, roba buona! Se no, mo prenda almeno una sardina fritta, ecco, ne ho un bidone qui. Oppure le cuocio una salciccia? Due capeletti? Lascagne?”
“Signora! Mi dica quant’è.”
“Mo va bene. Scono otto euro.”
Tutto eccezionale qui in Romagna. Pago. Non mi fa lo scontrino e mollo un pacchetto dentro il cestino davanti al banco.

“Hubert wurstel helmutt beker!” ok il mio tedesco non esiste, ma più o meno è quel che sento. Mi giro. Arrivano tre spilungoni bianchi chiazzati di rosso, capelli biondi a spazzola, bragoni da bagno adatti a Giuliano Ferrara.
Hanno in mano lattine di birra e uno ha sulle spalle la fabbrica della Tuborg. No, è solo una borsa piena di lattine, ma a loro piacerebbe molto.
Ridono già ubriachi: “Wolkswagen wilander merkel!” mentre si lanciano una palla da calcio, che sfreccia tra le teste e gli ombrelloni.
Gli altri villeggianti prendono contromisure: chi erge barricate di lettini, chi scava trincee con paletta e secchiello, i più anziani si organizzano in corpi militari ed ergono una linea gotica intitolata a Badoglio.
Io mi barrico dietro il lettino con un secchiello in testa.
I tre si avvicinano. Li appello: “Ehi, karthofen!”
“Bitte?” si fermano.
Gli porgo un pacco: “Wunderbar wermacht!”
Quelli mi guardano, poi uno prende il pacco e sorride: “Krazi!”
Attendo siano a fare vittime sul bagnasciuga e smilitarizzo.

“France’!” sento dietro.
Bene, è ora di andare. Il sole è ancora alto, sono solo le cinque ma è ora di andare: arrivano i Santoro.
“France’!” Mamma Maria Rosaria è la base ritmica, si ripete costante come un metronomo.
Poi c’è papà Gaetano, e i figli Francesco, Maria Assunta, Maria Addolorata, Maria Annunziata e Saverio. E la zia Mari’, che temo si chiami Maria Maria, con i figli Karim e Jason.
Sotto un unico ombrellone, con due lettini, per stare comodi perché in vacanza non badano a spese.
“France’!” e cominciano gli altri strumenti.
Te-te-tette-tette! Attacca il cellulare della zia.
Tingu-tingu: il gioco sul tablet di Mariaqualcosa.
“Tevogliooobbeeeneee!” La radiolina di papà.
Tunzi-tunzi-tunzi: il telefono di Mariaqualcunaltra suona la hit dell’estate in loop continuo.
La zia risponde. “Sì mari’! Nun me di’! No mari’! Nun so sta... Sì, no, nun lo so! Sta così: sì mari’.” Anche musicale no? No.
Con l’aggiunta di assoli di grida di qualcuno dei più piccoli, di litigi, di rumore di partite a racchettoni o calcio, sbattere, tirare e mollare, il concerto raggiunge l’apice, al volume dei Metallica:
“France’!” Te-te-tette-tette
“France’!” Te-te-tette-tette Tingu-tingu
“France’!” Te-te-tettetette Tingu-tingu “Tevogliooobbeeeneee!”
“France’!” Tingu-tingu “Tevogliooobbeeeneee!” Tunzi-tunzi-tunzi “Sì mari’! Nun me di’!”
“France’!” Tingu-tingu Tunzi-tunzi-tunzi “No mari’! Nun so sta...”
“France’!” Tingu-tingu “Tevogliooobbeeeneee!” Tunzi-tunzi-tunzi “Sì, no, nun lo so! Sta così: sì Mari’.”
“France’!” Tingu-tingu “Tevogliooobbeeeneee!”
“France’!” Tingu-tingu Tunzi-tunzi-tunzi
“France’!” “Tevogliooobbeeeneee!”
Bene, posso resistere ancora pochi minuti prima che i timpani implodano verso l’interno spappolandomi la materia grigia. Per una famiglia grande, ci vuole un regalo grande. Prendo una manciata di pacchi e salto sulla passerella. Raggiungo il vortice di confusione e rumore sotto il loro ombrellone e getto nell’occhio del ciclone i regali, che si perdono tra le spire del tornado. Torno sul lettino con i piedi ustionati ma felice.
Raccolgo le mie cose mentre i Santoro si spargono ovunque, facendo fuggire alcuni, contagiando altri: i bambini fanno amicizia e distribuiscono i miei regali per la spiaggia.

Me ne vado. Faccio la passerella, esco dallo stabilimento, procedo sul lungomare verso il mio albergo. Saluto gente: sono di buon umore, perché finalmente è giunto il mio giorno. Non mi preoccupo mentre mi guardano tirare fuori il telecomando, mentre mi giro verso il mare e schiaccio il pulsante.
Adesso si voltano tutti. Una raffica ravvicinata di esplosioni coprono la sinfonia dei Santoro, le parole di Telefunken, il coccobbello, la Wanda e la Jesseca. Lampi di fuoco colorano di rosso il cielo sopra la spiaggia. Un vento trasporta l’odore di bruciato sopra le nostre teste e oltre, mentre colonne di fumo cominciano a salire.
E poi grida, fuoco, panico, fiamme, gente che chiama o corre alla spiaggia. Io vado dall’altra parte, sorrido, rilassato. Questa è la mia giornata, tanti auguri a me.


lunedì 23 dicembre 2013

Racconto del mese: ottobre (primo a parimerito)


La canzone di Belfast

 di "tirofisso"Andrea Zanasi

 




«Te ne faccio un’altra, Danny?», chiese Paddy Brogan.
Danny Connelly guardò gli archi di schiuma che istoriavano il boccale vuoto. Ci pensò un attimo, poi scosse il capo.
«Volentieri, ma non saprei come pagartela: sono più al verde della sfilata di San Patrizio»
«Lascia perdere, Danny Boy. Questo giro lo offro io. L’ultima pinta, poi chiudo bottega e ce ne andiamo a casa».
Danny osservò il barista mentre armeggiava con le spine. Ecco come sarò tra venticinque anni, rifletté amaro. Un panzone gonfio di Guinness, che tira le serate per le lunghe perché a casa non c’è nessuno ad aspettarlo. Sempre se non crepo prima.
«Eccola: la miglior Guinness della città» disse Paddy, posando le due pinte sul bancone. «Scommetto quello che vuoi che neanche nella vecchia, fottuta Dublino ne trovi una migliore della mia»
«Secondo te ci sono mai stato, a Dublino?» rispose ridendo Danny.
«Perché, io sì? Ma posso dirti con sicurezza che con la mia stout sono pronto a sfidare la robaccia di Dublino in un giorno qualsiasi dell’anno».
Danny sorrise. Era fatto così, Paddy Brogan: quando beveva gli si manifestava un’inattesa indole competitiva, ma se esagerava diventava nostalgico, e allora non lo sopportava più nessuno. Meno male che erano quasi all’orario di chiusura.
«Se continui a darti tutte queste arie, a Dublino ci arrivi volando come una mongolfiera, fanfarone», lo canzonò Danny. «Lo so che la tua birra è buona. Infatti vengo a bere solo qua da te».
«Già: sei l’unico, a quanto pare».
Da un po’, infatti, tutta la vecchia clientela per qualche motivo sembrava evitare quel pub come una nave di appestati.
«Certo però che dovresti dargli una rinfrescata, a questo locale, Paddy.» disse Danny. «Cristo santo, puzza di muffa. Poi non c’è una seggiola uguale all’altra, la tappezzeria è tutta rovinata e una lampadina su due è fulminata. E i cessi fanno pena.»
«Oh, la vuoi piantare, criticone?» ribatté Paddy, punto sul vivo. «Non sapevo che Vostra Grazia delle mie palle bollenti fosse abituato a locali di altro tono! Se qua non ti piace puoi sempre cercare un altro pub dove andare a sbronzarti. Sempre se trovi un altro coglione che ti offre le pinte e fa credito a un fannullone del tuo calibro».
«Dai, non ti incazzare. Stavo scherzando».
Il barista brontolò qualcosa, dando un colpo di straccio al bancone, mentre Danny frugava nelle tasche dei jeans alla ricerca di qualche spicciolo: quelli che trovò non erano sufficienti a pagare una birra, ma sarebbero bastati per un disco nel juke box. Infilò le monetine nella fessura, digitò il codice e un attimo dopo Bruce Springsteen che cantava Born To Run riempì il locale con la sua voce calda. Danny ritornò al bancone canticchiando, e vide che l’amico aveva preparato altre due pinte, segno che non se l’era presa.
«Bella, questa canzone. Parla di Belfast?» chiese Paddy strizzando l’occhio, al punto in cui dice “questa città ti strappa le ossa dalla schiena”.
«Non credo, però ci sta».
«Oh, certo che un posto più rognato di questo non potevamo scegliercelo, per nascere».
«Guarda il lato positivo, Paddy: Derry è ancora peggio».
«Anche su questo hai ragione, e ti confesserò una cosa, Danny Boy. Ma che rimanga tra me e te. Io mi sono rotto i coglioni di Belfast e di tutte queste storie. L’I.R.A., le bombe, la marcia degli orangisti figli di puttana. Cattolici, protestanti, Maggie-baciami-il-culo-Thatcher, la gente che ha perso il lavoro giù ai cantieri e non ha più i soldi per sbronzarsi, quel vampiro del padrone che viene qua ogni mese a riscuotere l’affitto e mai una volta che si faccia una pinta. Basta. Con Belfast ho deciso di darci un taglio. Questione di giorni, al massimo di settimane, poi chiuderò questo cesso di pub e… bye-bye!»
«E cosa farai? Ti ritirerai nella tua lussuosa tenuta di campagna, con un maggiordomo un po’ rincoglionito e un paio di magnifici cani da caccia?»
«Bravo, prendi pure per il culo! Vedrai, se racconto cazzate! Ti ho mai detto che ho un cugino che vive in America?»
«Quello che fa il pompiere a Boston? Più o meno un milione di volte».
«Ebbene, sono riuscito a mettere da parte qualcosa: il tempo di sistemare ancora un paio di faccende, poi andrò a stare da lui». esclamò Paddy, con un sorriso trionfante sulla faccia gonfia da oste medievale.
«Cazzo, ma è magnifico, Paddy! Sono contento per te. E una volta che sarai là, cosa farai?»
«Quello che ho sempre fatto: dar da bere agli assetati. Mi diceva mio cugino che là c’è un casino di locali da prendere in gestione, basta saperci fare e rimboccarsi le maniche. Poi, una volta che avrò in tasca un gruzzolo sufficiente, aprirò un pub tutto mio».
«Non ho dubbi che ce la farai, Paddy: sei in gamba, e se c’è uno che sa come mandare avanti un locale, quello sei tu».
«Come dicevo prima, basta saperci fare e rimboccarsi le maniche. Del resto lo dicono tutti che l’America è la terra delle opportunità. E poi non sono ancora vecchio e, con un po’ di fortuna, potrei trovare anche una brava donna da sposare».
«Su questo non ci scommetterei un penny, ma mai dire mai». sorrise Danny. «Senti, si è fatto tardi: domattina ho da fare la solita trafila all’ufficio di collocamento. E’ meglio se vado a casa».
«Bene, Danny Boy. In bocca al lupo, allora».
«Crepi. Ci vediamo domani?»
«Certo. E se no, speriamo sia per colpa tua».
Era la battuta con la quale si congedavano sempre, ma quella sera Danny non aveva voglia di ridere. Proprio nessuna voglia. Si incamminò verso casa con le mani in tasca, unico passante in uno scenario postatomico, mentre il cielo aveva iniziato a rovesciare acqua sporca su quelle strade dimenticate: nastri d’asfalto sconnesso incuneati tra i blocchi anneriti e scalcinati delle case a due piani. Calciò via un pezzo d’asfalto, sradicato dalla rabbia di una settimana prima. Quel quartiere era una polveriera pronta a esplodere, e l’aveva fatto per l’ultima volta in un sabato di sole primaverile, una di quelle giornate in cui pensi che nulla di brutto possa accadere. Se non vivi a Belfast. Un’auto della polizia era sfilata lenta lungo la strada principale, quel sabato mattina. I passanti le avevano riservato le solite occhiatacce, ma nulla di più. Nessuno aveva voglia di raccogliere la provocazione, e tutti avevano continuato a fare come se niente fosse. Compreso un gruppetto di dodicenni intenti a giocare a calcio in una laterale. Ad un certo punto uno di loro aveva calciato male la palla, che era andata a colpire il finestrino dell’autopattuglia. I ragazzini si erano messi a sghignazzare, ma non era chiaro se prendevano in giro il loro compagno maldestro oppure gli sbirri. Questi erano nervosi, e ancora prima di rendersi conto di cosa fosse successo erano scesi dall’auto con gli sfollagente in mano. Vedendo il gruppetto di ragazzi che ridevano, si erano precipitati verso di loro, sferrando manganellate alla cieca.
«Vergogna! Sono solo dei ragazzini!» aveva gridato un’anziana signora affacciata alla finestra, mentre una piccola folla aveva iniziato a radunarsi, e a ingrossarsi sempre di più.
«Ho visto tutto! Conciateli per le feste, quei maiali!» aveva incitato la vecchia.
E nessuno se l’era fatto ripetere due volte, compreso Danny, che passava di là.
I due poliziotti si erano resi conto del loro errore, erano riusciti a rifugiarsi in macchina, ma ormai erano circondati da una massa inferocita che stava scuotendo la vettura.
«Bastardi! Uscite di lì, se avete coraggio!» aveva berciato un uomo, con la faccia stravolta dall’odio.
«Assassini!», «Carogne!», «Inglesi rottinculo! Siete morti!» urlava la folla, mentre alcuni ragazzi già saltavano come scimmie sul tettuccio dell’auto, facendo saltare i lampeggianti a calci.
A un certo punto era arrivato di corsa il fabbro che aveva l’officina in fondo alla strada, brandendo un grosso martello.
«Largo, gente!» aveva annunciato. «Adesso ci penso io a far uscire i topi dal buco».
Aveva sfondato entrambi i finestrini con un paio di mazzate, tra l’esultanza generale.
Danny era stato il primo ad agguantare uno dei due inglesi, tirandolo a viva forza fuori dall’auto.
«Ti piace picchiare i ragazzini, vero? Pezzo di merda». aveva grugnito mollando parecchi pugni sulla faccia dello sbirro. Diretti sganciati per far male sul serio.
Poi l’aveva visto bene. Un ragazzo di vent’anni, forse al suo primo giorno di lavoro, e dipinta sul volto l’espressione di una preda in trappola. Lì aveva avuto un attimo di esitazione e gli era passata la voglia di massacrarlo, devastarlo, rovinarlo per sempre.
Gli aveva mollato un ultimo manrovescio, poi aveva detto, quasi sottovoce: «Vai, sparisci! Oggi è il tuo giorno fortunato».
E quello, con la divisa a brandelli, era corso via con l’energia disperata dell’animale braccato.
Il suo collega più anziano non se l’era cavata così a buon mercato: trascinato in un vicolo, era stato riempito di calci e bastonate e lasciato là più morto che vivo, mentre l’autopattuglia veniva data alle fiamme.
«Eccoti servito, pezzo di merda!» aveva ringhiato un ragazzo con la maglia del Celtic Glasgow, pisciando sul corpo privo di sensi del poliziotto. Era il fratello di uno dei ragazzini presi a manganellate.
La risposta degli inglesi non aveva tardato a farsi sentire, ed erano arrivati due blindati, accolti dalla musica infernale dei coperchi dei bidoni della spazzatura sbattuti sui marciapiedi. Volavano sassi e molotov da una parte, lacrimogeni dall’altra, mentre si accendevano dei corpo a corpo di una violenza primordiale. La battaglia era durata fino a sera, quando la via era stata sgomberata con gli idranti, e alcuni insorti erano stati caricati di peso sui furgoni cellulari.
«Bravi, sarete contenti, adesso!» aveva gridato la vecchia di prima, applaudendo ironicamente i poliziotti. «Tutto questo casino per una pallonata!»
Perché tutto quest’odio? Perché tutta questa merda?, si ripeteva Danny rincasando.
«Perché? Perché?» urlò nella notte.
«Cosa fai, Danny Boy? Parli da solo come i matti?» risuonò all’improvviso una voce alle sue spalle, e lui sussultò come punto da uno spillo.
«Porca puttana, Frankie! Mi hai fatto prendere una strizza fottuta!»
«Già, siamo tutti un po’ nervosi, mi sembra». ridacchiò l’uomo, un quarantenne massiccio con una faccia che sembrava squadrata con l’accetta. Era Frankie Costello, il leader di zona dell’I.R.A., uno dei partigiani più intransigenti della lotta a oltranza contro l’invasore britannico.
«Puoi dirlo forte, cazzo. Dammi una sigaretta». chiese Danny ancora con il cuore a mille.
Frankie ne aveva sfilate due dal pacchetto, offrendone una al ragazzo, e per un po’ avevano fumato in silenzio.
«So che sei stato da Brogan, stasera.» disse Frankie all’improvviso. «Hai saputo qualcosa? E’ vero quello che si dice in giro?»
Danny annuì: «Sì, me l’ha confermato prima: presto partirà per Boston».
«Porca puttana, allora non c’è tempo da perdere. Devi farlo domani».
«Cristo, Frankie. Ne sei proprio sicuro?»
Costello guardò Danny come si guarda un deficiente. Scosse il capo e sputò per terra.
«Ascoltami bene, perché non te lo ripeterò un’altra volta: questa è una guerra, e tu hai scelto da che parte stare. E sai meglio di me che fine fanno i traditori. Secondo te, dove li ha rimediati i soldi per andare in America? Ha trovato la pentola d’oro dei folletti?»
«Non ne ho idea, ha detto di aver messo da parte qualcosa…»
Frankie Costello iniziò a sghignazzare.
«Conosco quel figlio di puttana da una vita, e non ha mai avuto in tasca un penny bucato. Te lo dico io, dove li ha presi quei soldi: sono la ricompensa per aver venduto i nostri agli inglesi. Quel bastardo deve crepare: è la giusta punizione per chi tradisce».
Danny deglutì e cercò le parole giuste. Aveva già ucciso diverse volte: aveva piazzato alcuni ordigni e un anno prima aveva fatto parte del gruppo di fuoco che aveva freddato sulla porta di casa un ispettore di polizia padre di tre figli. Adesso però sentiva che era troppo, quello che gli stavano chiedendo.
«Perché proprio io?» provò a obiettare.
«Perché sei l’unico di cui si fida, ecco perché! Se quello vede uno di noi che ronza attorno al suo pub non sta niente ad avvertire gli sbirri».
«Cazzo, Frankie! Paddy Brogan è un mio amico!»
Frankie gli andò sotto, puntandogli l’indice nello sterno.
«E Mulligan, O’Brien e Maguire non erano forse tuoi amici?» ringhiò. «E’ grazie alle soffiate di quell’infame che adesso sono a marcire a Long Kesh. Ricordatelo, prima di definire Brogan un amico! Il prossimo potresti essere tu, a spalmare la tua merda sulle pareti della cella, mentre quel topo di fogna se la spassa in America: pensaci se ti capita! Adesso non voglio sentire più cazzate: se domani a quest’ora Brogan sarà ancora vivo ti riterrò responsabile, e farete la stessa fine. Non hai scelta, Danny Boy».
Danny aveva due alternative davanti, e nessuna delle due era piacevole. Ammazzare o farsi ammazzare. Del resto quella era la sua vita, da quando, cinque anni prima, aveva deciso di aderire all’I.R.A. L’aveva fatto all’indomani dei funerali di sua madre, colpita da una pallottola vagante mentre rientrava dal lavoro. Danny aveva già perso il padre a dieci anni: un infortunio sul lavoro, ai cantieri navali. Sua madre, per mandare avanti la baracca, era andata a fare la domestica presso una famiglia di protestanti. Una sera, rincasando, si era trovata in un corteo che protestava l’innocenza dei cosiddetti Quattro di Guildford, condannati senza alcuna prova per un attentato a un pub di Londra. Qualcuno aveva lanciato dei sassi, la polizia lealista aveva aperto il fuoco a tradimento, e sul selciato di quelle strade maledette erano rimaste tre persone. Frankie Costello si era avvicinato a Danny dopo che la bara era stata calata nella fossa.
«Credo che adesso li odierai al punto giusto, quei porci». aveva detto dopo avergli porto le condoglianze. «Sei un ragazzo coraggioso, Danny. Abbiamo bisogno di gente come te. Non sei obbligato a dirmi di sì, ma ricordati che una volta presa questa strada non si torna indietro».
Gli ritornarono in mente queste parole, mentre Costello lo osservava in silenzio in attesa di una risposta.
«Va bene, lo farò». disse.
L’indomani, verso le nove di sera, Danny entrò nel pub di Brogan, e lo trovò intento come sempre a pulire il bancone.
«Ciao, Danny Boy!» disse Paddy, con un sorriso ingiallito dalle sigarette.
«Paddy…»
«Com’è andata, al collocamento? Trovato qualcosa?»
«Niente di niente. Sembra impossibile, ma in questa città ti offrono un lavoro solo se ne hai già uno».
«Non prendertela, amico. Andrà meglio la prossima volta. Birra? Offro io, stai tranquillo».
«Vada per la birra. A buon rendere, socio».
Paddy preparò le pinte con la sua solita perizia: boccale inclinato a quarantacinque gradi e riempito a tre quarti; un minuto e mezzo di attesa, per poi riempirle fino all’orlo.
«A chi ci vuole male». disse facendo tintinnare il boccale con quello di Danny.
«Che crepino». rispose Danny.
Per un po’ sorseggiarono la Guinnes senza parlare, mentre la mano di Danny andò alla pistola che gli pesava in fondo alla tasca del giaccone, poi all’improvviso ruppe il silenzio.
«Raccontami, Paddy: come sarà il tuo pub a Boston?»
Il volto del barista si illuminò di un sorriso da ragazzino.
«Oh, sarà un locale stupendo, mica una bettola come questa! Sarà tutto rivestito in legno scuro, con dei poster colorati alle pareti, e un bancone lungo dieci fottute iarde, con le spine lucide come monete nuove di zecca. Poi ci metterò un caminetto, perché cos’è un pub irlandese senza caminetto? Così, per starci attorno a bere nelle serate d’inverno. Magari comprerò anche un televisore, uno di quelli moderni, a colori: una di quelle diavolerie con lo schermo grande come quello del cinema, e la sera ci guarderemo le partite dei Boston Celtics. Sarà sempre pieno fino a scoppiare, il mio pub. E non di ubriaconi depressi come qua, oh nossignore! La ci gireranno i pompieri, e tutti gli studenti dell’università verranno lì a sbronzarsi per festeggiare dopo aver passato gli esami. Se mi dimostreranno di averli superati col massimo dei voti, gli farò due birre al prezzo di una, così porteranno poi gli amici, e gli amici degli amici e anche tante ragazze. Potrei anche montare un palco per far suonare qualcuno, il sabato sera. Perché no? La musica non può mancare, in un locale come quello che ho in mente. E quando sarà il giorno di San Patrizio, faremo una festa che non ce ne sarà una uguale neanche nella vecchia Dublino: tutti verranno lì vestiti di verde, e non permetterò a nessuno di uscire sobrio dal mio pub. A nessuno, parola di Paddy Brogan». concluse, e la voce gli si incrinò.
Si voltò verso Danny, e disse «Oh, al diavolo, Danny: basta con le cazzate! Lo so per cosa sei qua, non sono mica scemo. Guarda che non me ne frega niente, mi fai appena un favore: non riuscivo più a guardarmi allo specchio, da tanto mi vergognavo di quello che ho fatto. Peggio dello stramaledetto Giuda, ecco cosa sono. L’avrei fatta finita da me, se mi fosse rimasto un briciolo di dignità. Avanti, fai quello che devi fare e non parliamone più, prima però permettimi di darti una cosa».
Paddy infilò una mano sotto il bancone e ne sfilò una busta.
«Qui dentro ci sono soldi bastanti per un biglietto aereo per l’America, e ne avanza anche qualcuno. Prendili tu, Danny Boy: meriti di andartene via per sempre da questo cesso di città. Forse questo non mi basterà per non far bruciare la mia anima all’inferno, ma servirà a te per ricominciare. Addio, ragazzo. E’ stato un piacere bere con te l’ultima pinta della mia schifosa vita. Un’ultima cosa voglio chiederti: vorrei crepare ascoltando la canzone di ieri, quella di Bruce Springsteen che ti piace tanto».
«La canzone di Belfast». disse Danny con un sorriso triste.
«Già. La canzone di Belfast».
Alle otto del mattino successivo Danny prese un autobus diretto in centro. Tutto il passato da cui non aveva voluto liberarsi era contenuto in una vecchia borsa sportiva. Diede un’ultima occhiata al paesaggio che sfilava rapido fuori dal finestrino. Il quartiere dov’era nato e cresciuto, con i suoi mucchi di immondizia, i truci murales inneggianti all’I.R.A., i vetri spaccati e i primi sfaccendati già a caccia di un pub dove riempire il vuoto delle loro vite nell’unico modo possibile. Eppure, per quanto si sforzasse, non riusciva a provare la stretta di nostalgia di un ragazzo che sta per dire addio alla città dov’è nato. Anzi, l’ultimo pensiero era stato di rabbia, per quel posto disgraziato.
«Addio, vecchia baldracca. Non mi mancherai neanche un po’». disse tra sé, prima di scendere a una fermata del centro.
Per qualche minuto vagò senza meta per quelle strade che aveva visto di rado, nei suoi ventiquattro anni di esistenza, come un anonimo passante perso tra la folla. Il centro era tutt’altra cosa rispetto al suo quartiere: sembrava quasi di trovarsi in una città normale, dove la gente va al lavoro senza la paura di non rivedere più il portone di casa, e i giovani vanno all’università a studiare e rimorchiare ragazze.
Poi entrò per la prima volta in vita sua in un’agenzia di viaggi. La ragazza dietro il bancone aveva i capelli rossi ed era molto carina.
«In cosa posso esserle utile?» sorrise commerciale.
Danny spinse verso di lei la busta che gli aveva dato Paddy Brogan la sera prima.
«Boston,» disse. «solo andata».