lunedì 23 dicembre 2013

Racconto del mese: ottobre (primo a parimerito)


La canzone di Belfast

 di "tirofisso"Andrea Zanasi

 




«Te ne faccio un’altra, Danny?», chiese Paddy Brogan.
Danny Connelly guardò gli archi di schiuma che istoriavano il boccale vuoto. Ci pensò un attimo, poi scosse il capo.
«Volentieri, ma non saprei come pagartela: sono più al verde della sfilata di San Patrizio»
«Lascia perdere, Danny Boy. Questo giro lo offro io. L’ultima pinta, poi chiudo bottega e ce ne andiamo a casa».
Danny osservò il barista mentre armeggiava con le spine. Ecco come sarò tra venticinque anni, rifletté amaro. Un panzone gonfio di Guinness, che tira le serate per le lunghe perché a casa non c’è nessuno ad aspettarlo. Sempre se non crepo prima.
«Eccola: la miglior Guinness della città» disse Paddy, posando le due pinte sul bancone. «Scommetto quello che vuoi che neanche nella vecchia, fottuta Dublino ne trovi una migliore della mia»
«Secondo te ci sono mai stato, a Dublino?» rispose ridendo Danny.
«Perché, io sì? Ma posso dirti con sicurezza che con la mia stout sono pronto a sfidare la robaccia di Dublino in un giorno qualsiasi dell’anno».
Danny sorrise. Era fatto così, Paddy Brogan: quando beveva gli si manifestava un’inattesa indole competitiva, ma se esagerava diventava nostalgico, e allora non lo sopportava più nessuno. Meno male che erano quasi all’orario di chiusura.
«Se continui a darti tutte queste arie, a Dublino ci arrivi volando come una mongolfiera, fanfarone», lo canzonò Danny. «Lo so che la tua birra è buona. Infatti vengo a bere solo qua da te».
«Già: sei l’unico, a quanto pare».
Da un po’, infatti, tutta la vecchia clientela per qualche motivo sembrava evitare quel pub come una nave di appestati.
«Certo però che dovresti dargli una rinfrescata, a questo locale, Paddy.» disse Danny. «Cristo santo, puzza di muffa. Poi non c’è una seggiola uguale all’altra, la tappezzeria è tutta rovinata e una lampadina su due è fulminata. E i cessi fanno pena.»
«Oh, la vuoi piantare, criticone?» ribatté Paddy, punto sul vivo. «Non sapevo che Vostra Grazia delle mie palle bollenti fosse abituato a locali di altro tono! Se qua non ti piace puoi sempre cercare un altro pub dove andare a sbronzarti. Sempre se trovi un altro coglione che ti offre le pinte e fa credito a un fannullone del tuo calibro».
«Dai, non ti incazzare. Stavo scherzando».
Il barista brontolò qualcosa, dando un colpo di straccio al bancone, mentre Danny frugava nelle tasche dei jeans alla ricerca di qualche spicciolo: quelli che trovò non erano sufficienti a pagare una birra, ma sarebbero bastati per un disco nel juke box. Infilò le monetine nella fessura, digitò il codice e un attimo dopo Bruce Springsteen che cantava Born To Run riempì il locale con la sua voce calda. Danny ritornò al bancone canticchiando, e vide che l’amico aveva preparato altre due pinte, segno che non se l’era presa.
«Bella, questa canzone. Parla di Belfast?» chiese Paddy strizzando l’occhio, al punto in cui dice “questa città ti strappa le ossa dalla schiena”.
«Non credo, però ci sta».
«Oh, certo che un posto più rognato di questo non potevamo scegliercelo, per nascere».
«Guarda il lato positivo, Paddy: Derry è ancora peggio».
«Anche su questo hai ragione, e ti confesserò una cosa, Danny Boy. Ma che rimanga tra me e te. Io mi sono rotto i coglioni di Belfast e di tutte queste storie. L’I.R.A., le bombe, la marcia degli orangisti figli di puttana. Cattolici, protestanti, Maggie-baciami-il-culo-Thatcher, la gente che ha perso il lavoro giù ai cantieri e non ha più i soldi per sbronzarsi, quel vampiro del padrone che viene qua ogni mese a riscuotere l’affitto e mai una volta che si faccia una pinta. Basta. Con Belfast ho deciso di darci un taglio. Questione di giorni, al massimo di settimane, poi chiuderò questo cesso di pub e… bye-bye!»
«E cosa farai? Ti ritirerai nella tua lussuosa tenuta di campagna, con un maggiordomo un po’ rincoglionito e un paio di magnifici cani da caccia?»
«Bravo, prendi pure per il culo! Vedrai, se racconto cazzate! Ti ho mai detto che ho un cugino che vive in America?»
«Quello che fa il pompiere a Boston? Più o meno un milione di volte».
«Ebbene, sono riuscito a mettere da parte qualcosa: il tempo di sistemare ancora un paio di faccende, poi andrò a stare da lui». esclamò Paddy, con un sorriso trionfante sulla faccia gonfia da oste medievale.
«Cazzo, ma è magnifico, Paddy! Sono contento per te. E una volta che sarai là, cosa farai?»
«Quello che ho sempre fatto: dar da bere agli assetati. Mi diceva mio cugino che là c’è un casino di locali da prendere in gestione, basta saperci fare e rimboccarsi le maniche. Poi, una volta che avrò in tasca un gruzzolo sufficiente, aprirò un pub tutto mio».
«Non ho dubbi che ce la farai, Paddy: sei in gamba, e se c’è uno che sa come mandare avanti un locale, quello sei tu».
«Come dicevo prima, basta saperci fare e rimboccarsi le maniche. Del resto lo dicono tutti che l’America è la terra delle opportunità. E poi non sono ancora vecchio e, con un po’ di fortuna, potrei trovare anche una brava donna da sposare».
«Su questo non ci scommetterei un penny, ma mai dire mai». sorrise Danny. «Senti, si è fatto tardi: domattina ho da fare la solita trafila all’ufficio di collocamento. E’ meglio se vado a casa».
«Bene, Danny Boy. In bocca al lupo, allora».
«Crepi. Ci vediamo domani?»
«Certo. E se no, speriamo sia per colpa tua».
Era la battuta con la quale si congedavano sempre, ma quella sera Danny non aveva voglia di ridere. Proprio nessuna voglia. Si incamminò verso casa con le mani in tasca, unico passante in uno scenario postatomico, mentre il cielo aveva iniziato a rovesciare acqua sporca su quelle strade dimenticate: nastri d’asfalto sconnesso incuneati tra i blocchi anneriti e scalcinati delle case a due piani. Calciò via un pezzo d’asfalto, sradicato dalla rabbia di una settimana prima. Quel quartiere era una polveriera pronta a esplodere, e l’aveva fatto per l’ultima volta in un sabato di sole primaverile, una di quelle giornate in cui pensi che nulla di brutto possa accadere. Se non vivi a Belfast. Un’auto della polizia era sfilata lenta lungo la strada principale, quel sabato mattina. I passanti le avevano riservato le solite occhiatacce, ma nulla di più. Nessuno aveva voglia di raccogliere la provocazione, e tutti avevano continuato a fare come se niente fosse. Compreso un gruppetto di dodicenni intenti a giocare a calcio in una laterale. Ad un certo punto uno di loro aveva calciato male la palla, che era andata a colpire il finestrino dell’autopattuglia. I ragazzini si erano messi a sghignazzare, ma non era chiaro se prendevano in giro il loro compagno maldestro oppure gli sbirri. Questi erano nervosi, e ancora prima di rendersi conto di cosa fosse successo erano scesi dall’auto con gli sfollagente in mano. Vedendo il gruppetto di ragazzi che ridevano, si erano precipitati verso di loro, sferrando manganellate alla cieca.
«Vergogna! Sono solo dei ragazzini!» aveva gridato un’anziana signora affacciata alla finestra, mentre una piccola folla aveva iniziato a radunarsi, e a ingrossarsi sempre di più.
«Ho visto tutto! Conciateli per le feste, quei maiali!» aveva incitato la vecchia.
E nessuno se l’era fatto ripetere due volte, compreso Danny, che passava di là.
I due poliziotti si erano resi conto del loro errore, erano riusciti a rifugiarsi in macchina, ma ormai erano circondati da una massa inferocita che stava scuotendo la vettura.
«Bastardi! Uscite di lì, se avete coraggio!» aveva berciato un uomo, con la faccia stravolta dall’odio.
«Assassini!», «Carogne!», «Inglesi rottinculo! Siete morti!» urlava la folla, mentre alcuni ragazzi già saltavano come scimmie sul tettuccio dell’auto, facendo saltare i lampeggianti a calci.
A un certo punto era arrivato di corsa il fabbro che aveva l’officina in fondo alla strada, brandendo un grosso martello.
«Largo, gente!» aveva annunciato. «Adesso ci penso io a far uscire i topi dal buco».
Aveva sfondato entrambi i finestrini con un paio di mazzate, tra l’esultanza generale.
Danny era stato il primo ad agguantare uno dei due inglesi, tirandolo a viva forza fuori dall’auto.
«Ti piace picchiare i ragazzini, vero? Pezzo di merda». aveva grugnito mollando parecchi pugni sulla faccia dello sbirro. Diretti sganciati per far male sul serio.
Poi l’aveva visto bene. Un ragazzo di vent’anni, forse al suo primo giorno di lavoro, e dipinta sul volto l’espressione di una preda in trappola. Lì aveva avuto un attimo di esitazione e gli era passata la voglia di massacrarlo, devastarlo, rovinarlo per sempre.
Gli aveva mollato un ultimo manrovescio, poi aveva detto, quasi sottovoce: «Vai, sparisci! Oggi è il tuo giorno fortunato».
E quello, con la divisa a brandelli, era corso via con l’energia disperata dell’animale braccato.
Il suo collega più anziano non se l’era cavata così a buon mercato: trascinato in un vicolo, era stato riempito di calci e bastonate e lasciato là più morto che vivo, mentre l’autopattuglia veniva data alle fiamme.
«Eccoti servito, pezzo di merda!» aveva ringhiato un ragazzo con la maglia del Celtic Glasgow, pisciando sul corpo privo di sensi del poliziotto. Era il fratello di uno dei ragazzini presi a manganellate.
La risposta degli inglesi non aveva tardato a farsi sentire, ed erano arrivati due blindati, accolti dalla musica infernale dei coperchi dei bidoni della spazzatura sbattuti sui marciapiedi. Volavano sassi e molotov da una parte, lacrimogeni dall’altra, mentre si accendevano dei corpo a corpo di una violenza primordiale. La battaglia era durata fino a sera, quando la via era stata sgomberata con gli idranti, e alcuni insorti erano stati caricati di peso sui furgoni cellulari.
«Bravi, sarete contenti, adesso!» aveva gridato la vecchia di prima, applaudendo ironicamente i poliziotti. «Tutto questo casino per una pallonata!»
Perché tutto quest’odio? Perché tutta questa merda?, si ripeteva Danny rincasando.
«Perché? Perché?» urlò nella notte.
«Cosa fai, Danny Boy? Parli da solo come i matti?» risuonò all’improvviso una voce alle sue spalle, e lui sussultò come punto da uno spillo.
«Porca puttana, Frankie! Mi hai fatto prendere una strizza fottuta!»
«Già, siamo tutti un po’ nervosi, mi sembra». ridacchiò l’uomo, un quarantenne massiccio con una faccia che sembrava squadrata con l’accetta. Era Frankie Costello, il leader di zona dell’I.R.A., uno dei partigiani più intransigenti della lotta a oltranza contro l’invasore britannico.
«Puoi dirlo forte, cazzo. Dammi una sigaretta». chiese Danny ancora con il cuore a mille.
Frankie ne aveva sfilate due dal pacchetto, offrendone una al ragazzo, e per un po’ avevano fumato in silenzio.
«So che sei stato da Brogan, stasera.» disse Frankie all’improvviso. «Hai saputo qualcosa? E’ vero quello che si dice in giro?»
Danny annuì: «Sì, me l’ha confermato prima: presto partirà per Boston».
«Porca puttana, allora non c’è tempo da perdere. Devi farlo domani».
«Cristo, Frankie. Ne sei proprio sicuro?»
Costello guardò Danny come si guarda un deficiente. Scosse il capo e sputò per terra.
«Ascoltami bene, perché non te lo ripeterò un’altra volta: questa è una guerra, e tu hai scelto da che parte stare. E sai meglio di me che fine fanno i traditori. Secondo te, dove li ha rimediati i soldi per andare in America? Ha trovato la pentola d’oro dei folletti?»
«Non ne ho idea, ha detto di aver messo da parte qualcosa…»
Frankie Costello iniziò a sghignazzare.
«Conosco quel figlio di puttana da una vita, e non ha mai avuto in tasca un penny bucato. Te lo dico io, dove li ha presi quei soldi: sono la ricompensa per aver venduto i nostri agli inglesi. Quel bastardo deve crepare: è la giusta punizione per chi tradisce».
Danny deglutì e cercò le parole giuste. Aveva già ucciso diverse volte: aveva piazzato alcuni ordigni e un anno prima aveva fatto parte del gruppo di fuoco che aveva freddato sulla porta di casa un ispettore di polizia padre di tre figli. Adesso però sentiva che era troppo, quello che gli stavano chiedendo.
«Perché proprio io?» provò a obiettare.
«Perché sei l’unico di cui si fida, ecco perché! Se quello vede uno di noi che ronza attorno al suo pub non sta niente ad avvertire gli sbirri».
«Cazzo, Frankie! Paddy Brogan è un mio amico!»
Frankie gli andò sotto, puntandogli l’indice nello sterno.
«E Mulligan, O’Brien e Maguire non erano forse tuoi amici?» ringhiò. «E’ grazie alle soffiate di quell’infame che adesso sono a marcire a Long Kesh. Ricordatelo, prima di definire Brogan un amico! Il prossimo potresti essere tu, a spalmare la tua merda sulle pareti della cella, mentre quel topo di fogna se la spassa in America: pensaci se ti capita! Adesso non voglio sentire più cazzate: se domani a quest’ora Brogan sarà ancora vivo ti riterrò responsabile, e farete la stessa fine. Non hai scelta, Danny Boy».
Danny aveva due alternative davanti, e nessuna delle due era piacevole. Ammazzare o farsi ammazzare. Del resto quella era la sua vita, da quando, cinque anni prima, aveva deciso di aderire all’I.R.A. L’aveva fatto all’indomani dei funerali di sua madre, colpita da una pallottola vagante mentre rientrava dal lavoro. Danny aveva già perso il padre a dieci anni: un infortunio sul lavoro, ai cantieri navali. Sua madre, per mandare avanti la baracca, era andata a fare la domestica presso una famiglia di protestanti. Una sera, rincasando, si era trovata in un corteo che protestava l’innocenza dei cosiddetti Quattro di Guildford, condannati senza alcuna prova per un attentato a un pub di Londra. Qualcuno aveva lanciato dei sassi, la polizia lealista aveva aperto il fuoco a tradimento, e sul selciato di quelle strade maledette erano rimaste tre persone. Frankie Costello si era avvicinato a Danny dopo che la bara era stata calata nella fossa.
«Credo che adesso li odierai al punto giusto, quei porci». aveva detto dopo avergli porto le condoglianze. «Sei un ragazzo coraggioso, Danny. Abbiamo bisogno di gente come te. Non sei obbligato a dirmi di sì, ma ricordati che una volta presa questa strada non si torna indietro».
Gli ritornarono in mente queste parole, mentre Costello lo osservava in silenzio in attesa di una risposta.
«Va bene, lo farò». disse.
L’indomani, verso le nove di sera, Danny entrò nel pub di Brogan, e lo trovò intento come sempre a pulire il bancone.
«Ciao, Danny Boy!» disse Paddy, con un sorriso ingiallito dalle sigarette.
«Paddy…»
«Com’è andata, al collocamento? Trovato qualcosa?»
«Niente di niente. Sembra impossibile, ma in questa città ti offrono un lavoro solo se ne hai già uno».
«Non prendertela, amico. Andrà meglio la prossima volta. Birra? Offro io, stai tranquillo».
«Vada per la birra. A buon rendere, socio».
Paddy preparò le pinte con la sua solita perizia: boccale inclinato a quarantacinque gradi e riempito a tre quarti; un minuto e mezzo di attesa, per poi riempirle fino all’orlo.
«A chi ci vuole male». disse facendo tintinnare il boccale con quello di Danny.
«Che crepino». rispose Danny.
Per un po’ sorseggiarono la Guinnes senza parlare, mentre la mano di Danny andò alla pistola che gli pesava in fondo alla tasca del giaccone, poi all’improvviso ruppe il silenzio.
«Raccontami, Paddy: come sarà il tuo pub a Boston?»
Il volto del barista si illuminò di un sorriso da ragazzino.
«Oh, sarà un locale stupendo, mica una bettola come questa! Sarà tutto rivestito in legno scuro, con dei poster colorati alle pareti, e un bancone lungo dieci fottute iarde, con le spine lucide come monete nuove di zecca. Poi ci metterò un caminetto, perché cos’è un pub irlandese senza caminetto? Così, per starci attorno a bere nelle serate d’inverno. Magari comprerò anche un televisore, uno di quelli moderni, a colori: una di quelle diavolerie con lo schermo grande come quello del cinema, e la sera ci guarderemo le partite dei Boston Celtics. Sarà sempre pieno fino a scoppiare, il mio pub. E non di ubriaconi depressi come qua, oh nossignore! La ci gireranno i pompieri, e tutti gli studenti dell’università verranno lì a sbronzarsi per festeggiare dopo aver passato gli esami. Se mi dimostreranno di averli superati col massimo dei voti, gli farò due birre al prezzo di una, così porteranno poi gli amici, e gli amici degli amici e anche tante ragazze. Potrei anche montare un palco per far suonare qualcuno, il sabato sera. Perché no? La musica non può mancare, in un locale come quello che ho in mente. E quando sarà il giorno di San Patrizio, faremo una festa che non ce ne sarà una uguale neanche nella vecchia Dublino: tutti verranno lì vestiti di verde, e non permetterò a nessuno di uscire sobrio dal mio pub. A nessuno, parola di Paddy Brogan». concluse, e la voce gli si incrinò.
Si voltò verso Danny, e disse «Oh, al diavolo, Danny: basta con le cazzate! Lo so per cosa sei qua, non sono mica scemo. Guarda che non me ne frega niente, mi fai appena un favore: non riuscivo più a guardarmi allo specchio, da tanto mi vergognavo di quello che ho fatto. Peggio dello stramaledetto Giuda, ecco cosa sono. L’avrei fatta finita da me, se mi fosse rimasto un briciolo di dignità. Avanti, fai quello che devi fare e non parliamone più, prima però permettimi di darti una cosa».
Paddy infilò una mano sotto il bancone e ne sfilò una busta.
«Qui dentro ci sono soldi bastanti per un biglietto aereo per l’America, e ne avanza anche qualcuno. Prendili tu, Danny Boy: meriti di andartene via per sempre da questo cesso di città. Forse questo non mi basterà per non far bruciare la mia anima all’inferno, ma servirà a te per ricominciare. Addio, ragazzo. E’ stato un piacere bere con te l’ultima pinta della mia schifosa vita. Un’ultima cosa voglio chiederti: vorrei crepare ascoltando la canzone di ieri, quella di Bruce Springsteen che ti piace tanto».
«La canzone di Belfast». disse Danny con un sorriso triste.
«Già. La canzone di Belfast».
Alle otto del mattino successivo Danny prese un autobus diretto in centro. Tutto il passato da cui non aveva voluto liberarsi era contenuto in una vecchia borsa sportiva. Diede un’ultima occhiata al paesaggio che sfilava rapido fuori dal finestrino. Il quartiere dov’era nato e cresciuto, con i suoi mucchi di immondizia, i truci murales inneggianti all’I.R.A., i vetri spaccati e i primi sfaccendati già a caccia di un pub dove riempire il vuoto delle loro vite nell’unico modo possibile. Eppure, per quanto si sforzasse, non riusciva a provare la stretta di nostalgia di un ragazzo che sta per dire addio alla città dov’è nato. Anzi, l’ultimo pensiero era stato di rabbia, per quel posto disgraziato.
«Addio, vecchia baldracca. Non mi mancherai neanche un po’». disse tra sé, prima di scendere a una fermata del centro.
Per qualche minuto vagò senza meta per quelle strade che aveva visto di rado, nei suoi ventiquattro anni di esistenza, come un anonimo passante perso tra la folla. Il centro era tutt’altra cosa rispetto al suo quartiere: sembrava quasi di trovarsi in una città normale, dove la gente va al lavoro senza la paura di non rivedere più il portone di casa, e i giovani vanno all’università a studiare e rimorchiare ragazze.
Poi entrò per la prima volta in vita sua in un’agenzia di viaggi. La ragazza dietro il bancone aveva i capelli rossi ed era molto carina.
«In cosa posso esserle utile?» sorrise commerciale.
Danny spinse verso di lei la busta che gli aveva dato Paddy Brogan la sera prima.
«Boston,» disse. «solo andata».


venerdì 20 dicembre 2013

Racconto del mese: ottobre (primo a parimerito)


Vessicchio in love (a true cat story)

 di "Marassa" Mara Munerati

 


“Guarda che parliam di niente se parliam d’amore. Io all’amore non ci credo, che secondo me è una bella cazzata come quella delle sette vite.”
I gatti non ci credono all’amore. Vessicchio, certosino di tredici anni lo sapeva che non bisogna crederci all’amore. Che è una presa per il culo come i croccantini light o la sabbia che profuma di lavanda. Che quando ami, sporchi come quando caghi. E che ci sia la lavanda o il muschio bianco sotto la coda, mica cambia molto. Puzza uguale. Soprattutto quando la fai grossa.
Vessicchio l’aveva poco profumata la lettiera. Lui che era un gatto di tredici anni, o forse quattordici. Lui che era quasi cieco e andava a naso. E all’odore di micia, mica pensava all’amore. Pensava alla micia, e mica alla lavanda della sua sabbia.
La Rodriguez sì che era una bella micia. Una gatta mozzafiato con la sabbia al profumo di gelsomino, i croccantini al salmone e le ciotole d’argento. Due pupille fotosensibili di una prontezza di apertura e chiusura sorprendenti. Cuscinetti anteriori e posteriori morbidi come la mousse al granchio e pettirosso della Kitcat. Una coda come un’antenna, che ci mancava solo la parabola. Una pelliccia nera, che così nera, più nera non si può.
“Che una volta anche la Rodriguez ci credeva all’amore. Ma adesso, non ci crede mica più nemmeno lei. Che anche lei caga sulla lavanda e ha capito che non copre mica niente quella roba lì.”
Vessicchio l’aveva vista la Rodriguez, prima che non ci vedesse più. E l’aveva sintonizzata bene la sua coda tutta nera. Anche i suoi canali extra.
“Cosa dici ti miamo Vessicchio! Ti miamo!” M a cosa vuoi amare con la ghiaina ancora attaccata al sedere perché pensi all’amore e non ti sai pulire. Cosa vuoi miamare cara Rodriguez?”
“Ma tu non mi miami? Stasera hai visto anche una partita di calcio grazie alla mia antenna!”
“Anche il lupo e i tre porcellini però l’hanno vista dopo di me. Bella micia mia, mi sa che l’abbonamento a Sky l’hanno un po’ tutti qui. E tra un baffo e l’altro, il quartiere è piccolo, e le miagolate girano in fretta.”
“Ma io miamo solo te! Con gli altri guardo solo le partite!”
“Bella micia mia, guarda che a correre dietro le palle degli altri, non ne ho mica più voglia, sai? Tra gomitoli e palline di gomma, mi hanno preso per il culo abbastanza. C’è che sotto la tua antenna però, io ritorno un micetto da latte e dimentico il bisonte da avanzi che sono. Ma non ci sei mica solo te come micia! Bella micia mia!”
“Ma nessuno mi sistema il segnale del digitale terrestre come fai tu Vessicchietto mio!”
E’ che a Vessicchio mica piaceva raccontarsela. E neanche dalla Rodriguez se la voleva far raccontare. Non voleva mica finire a cacciare pettirossi per lei o per la Kitcat che sfamava il suo pancino da velina felina.
Ma l’antenna della Rodriguez finiva sempre per sintonizzarsi col telecomando del Gatto-bisonte Vessicchio.
“Cambiami canale! Cambiami canale! Cambiami canale!”
E Vessicchio aveva iniziato a guardare anche i canali stranieri con la sua antenna. “Mastercats” stava diventando il suo programma preferito, dopo il cartone animato Occhi Di Gatto (quello sì che aveva delle belle micie!) Ma non erano abbastanza micie come la Rodriguez, che quando si faceva fare zapping diventava una pantera.
“Miamami Vessicchio! Miamami!”
“Cosa vuoi miamamamaoooomare? Bella micia mia, io capisco le partite di calcio e le puntate di Mastercats, ma i documentari dove li mettiamo? Dove me li fai vedere quelli, eh? Qui secondo me bisogna solo continuare a sintonizzarsi e basta. Che l’amore fa interferenze e basta! E quando mi salta il canale mentre mi fanno il riepilogo degli ingredienti della salsa tonnata, a me fa venire voglia di miagolarti contro solo indecenze canine. E mica posso farlo! Io che sono un signore, Mastro-antennista-gatto-bisonte Vessicchio!”
La Rodriguez non sapeva cosa fossero i documentari che Vessicchio le chiedeva di vedere.
“E i telegiornali?”
Ma la Rodriguez non sapeva neppure cosa fossero i telegiornali.
“Io Vessicchiuccio mio, non le so tutte queste cose! Ma voglio farmi miamare da te! Se stasera porti il telecomando, ti mostrerò un nuovo canale! Forse ho trovato un bel documentario! Un bel documentario per il mio Vessicchietto adorato!”
C’è che Vessicchio stava per diventare anche sordo a forza di ascoltare certe miagolate. Ma la Rodriguez c’aveva dei cuscinetti che poteva far sopportare cecità, sordità e ignoranza felina.
Vessicchio decise per quella sera di cagare nella lavanda per arrivare tutto profumato; la Rodriguez di fare “miama o non miama” con le linguette delle scatolette di tonno.
Quella sera Gatto-bisonte di lavanda Vessicchio aveva un telecomando che era pronto per tutti i canali nuovi del mondo.
La Rodriguez era tutta liscia e pettinata, con un’antenna all’aria che pareva una canna da pesca pronta a far abboccare un pesce gatto.
“Vessicchietto mio!”
 Vessicchio aveva profumato di lavanda anche il telecomando.
“Bella micia mia, dai che se girano i satelliti non vediam più niente!”
Scuscinettava a destra e a sinistra, con la coda al gelsomino. Che anche la Rodriguez aveva cagato nella sabbia profumata quella sera.
“E’ davvero un programma bellissimo Vessicchietto gattuccio mio! L’ho trovato e ho pensato subito a te!”
Era un gatto vecchio, ma non rincoglionito.
“Sei sicura che sia un documentario vero?”
“Certo che sì!”
“Bella micia mia, potrei forse miamarti se è bello davvero...”
“Vessicchiuccio mio! Ma davvero?”
Il telecomando non stava più al proprio posto.
“Aspettami qui Vessicchio-lavanduccio adorato!”
“Non mi muovo. Fuseggerò fino al tuo ritorno!”
C'è che forse Vessicchietto adorato lavandato poteva anche cagarsi in testa quella sera.

“Vessicchietto fuseggiante! Eccoci! Adesso Giuliaccino amoroso du du du e da da da, ti mostrerà il nuovo canale! Me l'ha trovato stamattina prima ancora che cambiassi la lettiera! Lui ha il telecomando satellitare! Che cose straordinarie mi ha fatto vedere!”

C’è che i gatti sembrano non credere all’amore. Vessicchio, certosino di tredici anni lo sapeva che non doveva crederci all’amore. Che era una presa per il culo come i croccantini light o la sabbia che profuma di lavanda. Che quando ami, sporchi come quando caghi. E che ci sia la lavanda o il muschio bianco sotto la coda, mica cambia molto. Puzza uguale. Soprattutto quando la fai grossa.
“E che l’amore è una cazzata come quella delle sette vite. A meno che il Guliaccino-caro-satellitare, non fosse già alla settima.”


lunedì 16 dicembre 2013

Bollettino di navigazione, 16 dicembre, terzo anno in mare



Il capitano mi ha fatto vedere le mappe di navigazione, le rotte e le carte dei venti. Ha piazzato Barbara al timone e ci ha detto che aveva importanti cose da sbrigare, ferme da troppo tempo, che ci lasciava carta bianca e che per un po' non l'avremmo dovuto disturbare.
Evvai! E dove andiamo allora? Natale... polo nord? Fossi scemo! Mi sono imbarcato per poter stare sempre al caldo. Via verso la Nuova Zelanda, minimo!

Popoorca papaleetta che freddo! Fufuuori boboordo ci sono i pipinguini coi guanti e la sciarpa. Mimi si è aanche rorotoo il pepelaapatate a tentare di sbusbucciiare una papataata surgelata. Cocoome cacacchiio facciamo a essere finiti in memezoo a tututii questi iceberg non lo so. Popoorca... Il cacaapitano Black è sottocoperta che gigiira in mumuutande sosoottobraccio al cacaapitano Anne con il reggiseno in testa che cantano: "O mia bebeella madunina", credo abbiano bevuto per tutuutta la settimana ininterrottamente, non penso ci possano essere d'aiuto. Che cacaacchio facciamo? Proviamo ad andare verso sud, la fa sempre più caldo, no? Dai che siete in buone mani.

Questa seseettimana due nuovi imbarchi surgelati in Giuramento. Cantate, cantate, se riuscite a farvi sentire attraverso il ghiaccio.
Poi, novità da segnalare in Anannuunci Staff. Soprattutto andate a vedere il blog dal look (e contenuti) rifatto. Ahrrr!

Del resto lo sapete, sulla nave si fafaanno quattro cose:

Si pepeelano patate, e su questo non c'è molto da dire. E tu cocoosa vuoi? Non c'è niente da dire, ho detto!

Si leleegge, e quiquiindi andate in Spaspaazio autori, dove oggi scade la votazione del miglior racconto di novembre! Veveeloci, a votare entro stanotte! Poi, con calma, andate a leleeggervi i racconti di dicembre, ce nè davvero una valanga.
E poi in Liliibri sul comodino una nuova triologia recensita, più una segnalazione in Seseegnalati da voi.

Si scrive, e quiquiindi andate in Alaallenamento, dove c'è una nuova sfida di scrittura a partire da un incipit. Poi in Gagaazzetta dei concorsi, dove segnaliamo due nuovi concorsi (a scadenza un po' ravvicinata a dire il vero).

Si edita, e quiquiindi andate in Edediitatemi, dove vito ci propone un suo racconto leggerino.

Beh, a dire il vero si chiacchiera anche, in Tataaverna come la solito. E poi si valutano manoscritti in Vavaalutazione manoscritti, vi informo che siamo al manoscritto numero nove in valutazione, già un bel numero. E vi ricordo che il forum vive (anche) grazie alla ASASSOOCIAZIONE CULTURALE PESCEPIRATA, che vi attende a braccia aperte come membri attivi, vivi e vitali cocoome il bifidus nello yogurt.

Dedeetto ciò non ci rereesta che dire: "Fofoo... etciù!" "Fofoorza... etciù" "Fofoorza capitani!"
 
www.pescepirata.it

Il forum

Gli altri bollettini di navigazione.
 

mercoledì 11 dicembre 2013

Natale a Ferragosto

Siete davanti al caminetto? Gatto e coperta sulle ginocchia? Ad ammirare l'albero? Vi trovate in centro commerciale paralizzati in coda alla cassa e state acquistando gli ultimi regali? Trascorrerete la vigilia dai suoceri e il Natale dai genitori? Siete inguaribili tradizionalisti del Natale e di tutte le feste comandate?Questa raccolta di racconti di Natale non fa per voi. La partenza in grande stile con Babbo Natale è un tossico, la chiusura con Babbo Natale è morto, ma prima di arrivare sin qui si passa per Ho freddoNatale all'inferno, e Babbomacello. Sarà tutto un altro Buon Natale.


La scheda della raccolta di racconti più fulminata mai realizzata.
Una raccolta di racconti natalizi scritti in Agosto.
Una raccolta, per giunta, ad OFFERTA LIBERA.
YEAH!
(la prima produzione cartacea by PESCEPIRATA)

Se vuoi chiedere delle copie scrivi a: segreteria@pescepirata.it

lunedì 9 dicembre 2013

Bollettino di navigazione, 9 dicembre, terzo anno in mare



La nave è ripartita da Bologna, l'abbiamo zippata e siamo scivolati tra i canali interni della Grassa, fino al Reno, e poi al mare. L'Adriatico si divide in lame di schiuma bianca davanti alla prua del nostro vascello, come il Mar Rosso davanti a Mosè. OK, paragone un po' esagerato...

Questa settimana c'è stata la festa! Resoconto in calce all'organizzazione dell'evento, in Festival. E un po' sparso in giro qua è là.

Un paio di nuovi imbarchi che finiscono con la "S" in Giuramento, andate a cantargli "Whatzaghena" dei Bluderbuss. (da notare la curiosità: se cercate "blunderbuss" su Google, nel riquadro a lato viene fuori la copertina dell'album "Wrecking Ball" di Springsteen la cui maglietta aveva indosso Morozzi! Qualcuno mi spieghi perchè.)

Si chiude il contest "Chiavi in mano 2° edizione" in Area contest, con l'annuncio ufficiale dei vincitori e la classifica dei primi dieci, e i conseguenti commenti invidiosi dei perdenti ("Sì, carino, può anche andare." "Oh, bellino è bellino, certo..." "Racconto saggiamente puntato sul popolare." "Molto bello, non l'ho potuto apprezzare a pieno perchè il mio livello culturale non me lo permette.")
Ora, rimane da concentrarsi sullo Spazio autori, la votazione del miglior racconto di novembre scade il 16, intanto che aspettiamo l'apertura per il forum dei racconti di dicembre (se ne avete, potete già piazzarli pure dove vi pare nel forum principale, poi li spostiamo).

Completano le attività della settimana le solite chiacchiere in Taverna, più una news in L'ora del tè, aggiornamenti sulle letture in corso in Libri sul comodino e due nuovi libri segnalati da voi in Segnalati da voi.

E insomma la nave vola con le vele gonfie di tutte le arie che ci siamo dati per la festa. Ma prima o poi smettiamo. La raccolta di "Natale a Ferragosto" è ufficialmente stampata e disponibile, il contest è finito, e le nuove nuovissime novità stanno per arrivare. Cosa volte di più? Io gridare: "Forza capitani!"
 
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lunedì 2 dicembre 2013

Bollettino di navigazione, 2 dicembre, terzo anno in mare


Cos'è quello, giovane mozzo? Ah, adesso vedrai una delle meraviglie della PescePiratA! Sai, ci siamo accorti di essere al largo dell'isola di Temoe, e Sabato dobbiamo essere a Bologna, son sui 20000 Km. Ci sarà da correre un po'. E allora guarda come si gonfia... Lo teniamo in sentina, e lo tiriamo fuori solo in queste occasioni. Sì è un pallone, un dirigibile, gonfio diventerà più grande dello scafo. Bello eh? Davanti c'è dipinto Blutto. Hem... sì quello di dietro è proprio un cu... NO NO, ma che dici, certo che non è quello del cap... E tu poi come faresti a sapere com'e il... Ma di che mi fai parlare, taci razza di sardina spinata, e ascolta me! Fileremo ad alta quota, là i propulsori ci faranno fare seicento chilometri l'ora, e saremo a Bologna in tempo. Forte eh? Preparati a sentire la vera velocità! Come di cosa è gonfio il pallone? E cosa credi che bruci nei reattori? Gas di buccia di patata, no? E adesso vai a pelare!

Questa settimana, a parte che non è la 41, due nuovi imbarchi in Giuramento. Se riuscite a farvi sentire nel rumore dei postbruciatori provate a cantare qualche canzoncina da pirati volanti ai nuovi arrivati, tanto per farli ambientare.

Del resto, tente stretti i cappelli che se volano via non ci fermiamo certo a riprenderli. Ci son state le solite chiacchiere in Taverna, e in L'ora del tè una nuova news. Più qualche commento sui racconti del contest "Chiavi in mano II edizione" in Area contest, la cui premiazione si avvicina...
Andate anche in Spazio autori, e attenti a non farvi risucchiare dai motori, che la puzza di carne strinata non mi piace. Se ci arrivate interi, è aperta la votazione per il miglior racconto di novembre, andate a leggere e votare.
Fatto? Bene, adesso andate a sistemarvi per bene, vi voglio vedere belli tonici a Bologna questo Sabato!
Se non l'avete ancora fatto, filate in Festival e mandate la scheda di partecipazione la raduno, il 7 dicembre è vicino! Pensate, potrete conoscere il capitano, e tanti bei pirati, quelli ricchi e famosi, quelli brutti e bitorzoluti... Non vedete l'ora eh?

E allora dai, non vi lascio altri compiti, così potrete prepararvi a dovere. Solo una cosa, gridate con me: "Forza capitani!" 
 
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lunedì 25 novembre 2013

Bollettino di navigazione, 25 novembre, terzo anno in mare



Zis wik, I would like to write in English, bicous we on PescePiratA are sailing vers le coast of Great Britain. The motiv is that the captains want to board some of the marcantil ship that sail from the New World to the England, in the hope of finding a great caric of Rum. I know that that those naves does not navigate more since centuries, but you think that this will stop us? No!

So, quest settiman the nave viagg veloc, tra il concors che scade domani (!!!) e i preprativ of the feast of PescePiratA at Bologn the 7 of december.

To start, three nuov imbarch in Giurament, go chant to them al your best songs of the pirates.

Going on, ther'è molt da far, soprattutt perch sta per scader the concorso "Keys in the hand second edition", in Area contest. It scades the 26, sbrigars! Intant, comincian i comment ai raccont just arrivat, say the vostra.
Then, in Allenament the captains of The Little Flying ci propongon un altro game, quest volt the idea is to put on a puzzle. Intriguing...

Again, in the Space author four nuov raccont to be legger and comment.
Also to legger, one nuov segnalation in Libr sul comodyn, and one other in Segnalat da you.
And chiacchier in the The hour of the tea and in Tavern.

To the end, fatev un gir in Festival: intant guardat la presentazion letterary di Bologn il 27 november di Paolo Zardi, con la presenz del captain Black Bart. Then seguit the untim preprativ for the festa di PescePiratA il 7 december: avete mandat il modul di adesion? Avete prenotat le copie di "Natale a ferragost"? Avant, does not perder time!

Beh, det quest non mi rest che inviterv a zighè al grid che d'un po' ed tamp ci accupagn, in alt i bicher ed rum e: "Forza capitani!"
 
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venerdì 22 novembre 2013

Presentazione letteraria PAOLO ZARDI Bologna

Mercoledì 27 Novembre a Bologna, vicino alle due torri, ci sarà la presentazione della raccolta di racconti di Paolo Zardi:
"IL GIORNO CHE DIVENTAMMO UMANI".

A presentare l'autore ci sarà Francesco Coscioni (Neo) e io.
Chi è in zona e vuole venire mi farebbe immenso piacere. Potrete prendemi in giro per le gaffe, lo prometto.
E dopo potremo fermarci e bere una birra insieme, promesso.
Zardi è un autore ultra interessante, ne dicono tutti molto molto bene.
Sarà anche alla ns festa bolognese il 7 dicembre.
ecco, insomma, che altro dire...
Sarà una bella sera... VENITE????!!

https://www.facebook.com/events/6193620 ... /?source=1

mercoledì 20 novembre 2013

Festa letteraria Pescepirata Bologna

7 Dicembre, Bologna, dalle ore 11 e fine verso ora di cena.
Pranzo alle 13.30 circa, a buffet.
Saremo al Fun Cool Oh!, un locale alternativo molto bellino (http://www.funcooloh.it/). Al locale si arriva in 10 minuti a piedi dalla stazione dei treni, più complicato trovare parcheggio nelle vicinanze.

Stiamo organizzando un dibattito sullo stato dell'editoria con autori, agenti letterari e editor o editori. Se siete interessati a partecipare in questo ruolo contattatemi! (staff@pescpeirata.it).

Gara di torte fatte in casa.
Gadget di Pescepirata.
Presentazione raccolta "Natale a Ferragosto" con Marco Viggi e gli autori.
Incontro con lo staff di pescepirata per parlare delle attività 2013-2014.
Musica indie rock.
Birra (che non manca mai) e tanta allegria.

Per info e prenotazioni:
segreteria@pescepirata.it

VENITE?


lunedì 18 novembre 2013

Bollettino di navigazione, 18 novembre, terzo anno in mare



"Sì Capitano Anne, quando abbiamo attraccato al largo delll'isola di McDonald il capitano Black ha detto: - Eccoci arrivati al McSail, adesso voglio il mio McBird! - Ed è partito con una scialuppa, nel mare sempre grosso, tra i venti polari e la pioggia e la neve. Arrivato su queste scogliere è saltato a terra con un toscano tagliato a metà e sta correndo dietro ai pinguini. Capitano gli parli lei, ho freddo, qui non c'è niente a parte quel vulcano che brontola. Ma no, perchè l'ha preso per la coda? Quel tricheco non è un panino..."

Questa settimana alti e bassi. Dei bassi non parliamo, è meglio, ma per gli alti...

Tre nuovi imbarchi in Giuramento, andate a festeggiare cantando canzoni marinare come se non ci fosse un domani.

E cominciamo con i pezzi forti: in Interviste l'intervista a Gorilla Sapiens, una casa editrice piccola ma con le idee chiare. Oddio, chiare... Beh andate a leggere.
In Area contest continuano ad arrivare racconti per il contest "Chiavi in mano 2° edizione". La scadenza si avvicina!
In Spazio autori quattro nuovi racconti del mese di ottobre, e la proclamazione del racconto migliore di settembre.
In Valutazione manoscritti un nuovo manoscritto in valutazione light, e così siamo a otto. Andate a guardare la coda dei lavori.

Poi, in Scrittura collettiva si continua a parlare di bestiario, in Festival il resoconto della gita al Pisa Book Festival appena concluso, in Taverna si chiacchiera di reality e borse e in Mondo web una segnalazionea chiudere questo bollettino di navigazione.

Ah no, aspetta, com'è che lo chiudiamo il bolletino? Facciamo con un "Forza capitani!"

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giovedì 14 novembre 2013

Racconto del mese: settembre


86

 di "Marassa" Mara Munerati



Era l’86, mi hanno raccontato.
Mi hanno parlato del silenzio. Poi della pioggia. Delle televisioni. Poi delle edizioni speciali dei telegiornali. Mi hanno parlato della mamma che piangeva. Del papà che non è più tornato a casa. Mi hanno parlato di atomi e di radiazioni. Mi hanno parlato, e io non ho mai capito. Dicevano di un mostro di cemento con l’inferno sotto le scarpe. Dell’acqua che non si poteva più bere, dell’insalata che non si poteva più mangiare. Che si doveva fuggire lontano. Ma lontano dove, nessuno glielo diceva. A loro, che mi hanno parlato dell’86.
Mi hanno detto che si poteva morire. O che si moriva e basta. E forse, sono morti tutti quanti davvero in quell’86. Mi hanno parlato di internet. Di chi lo diceva. Di chi lo ripeteva a gran voce. Di chi è sparito. Di chi è stato arrestato.
I cani. I cani lo sapevano. Quelli che impazzivano nei cortili, o nelle case. Quelli che si mangiavano la lingua o si pisciavano addosso. Anche i gatti lo sapevano. A loro non è stato detto dove andare, ma sono fuggiti. Sono fuggiti tutti quanti. Gli uccelli invece, sono morti tutti. Così mi hanno raccontato di quelli dell’86.
Mi hanno detto che erano tutti degli stupidi. Mi hanno raccontato di ricchi banchetti. Di persone che bevevano e si vendevano le armi. E più vendevano, più ridevano. Poi, mi hanno raccontato che sono morti tutti. E che allora sono stati altri a ridere e bere.
Mi hanno parlato del cielo color mattone. Della terra color petrolio. Che si respirava solo con delle maschere. Che la pelle diventava viola. Che si riempiva di vescicole che scoppiavano e facevano urlare. I bambini piangevano. Poi la lingua gonfia li soffocava.
Mi hanno raccontato che l’86 era il numero del diavolo. E che l’uomo era stato maledetto da qualcuno. Mi hanno raccontato che la gente con le maschere stava in ginocchio davanti ad altra gente con le maschere e i fucili, con le mani giunte. Mi hanno detto che guardavano il cielo. Il cielo che era sempre color mattone.
Quelli dell’86, quelli coi fucili e con le maschere: mi hanno detto che anche loro si sono messi in ginocchio quando sono arrivate le cavallette dal cielo. Qualcuno si è puntato la pistola alla tempia. Chi se l’è infilata in bocca, e ha sparato. A me hanno sempre detto che quelle cavallette giganti erano arrivate perché le persone in ginocchio con le mani giunte, le avevano chiamate. Mi hanno raccontato che erano centinaia, che erano migliaia. Quelle con le grosse ali verdi hanno preso i bambini. Anche quelli morti con la lingua fuori dalla bocca. Mi hanno raccontato che li hanno portati via tutti quanti. Che le donne si strappavano le maschere, e morivano di dolore. Ma le cavallette non si voltavano ad aiutarle. Prendevano solo i bambini.
Mi hanno detto che hanno poi bruciato tutto quanto. Anche il mostro con l’inferno sotto le scarpe.
Era il 2086, mi hanno raccontato.
Mi hanno parlato del silenzio. Poi della pioggia. Delle televisioni. Poi delle edizioni speciali dei telegiornali. Mi hanno parlato della mamma che piangeva. Del papà che non è più tornato a casa.
Mi hanno raccontato che l’86 era il numero del diavolo.
E che tutto si ripete.
Così mi hanno raccontato, le cavallette del cielo.



lunedì 11 novembre 2013

Bollettino di navigazione, 11 novembre, terzo anno in mare


Attenzione! Il ciclone Venere si sta per abbattere sul Mediterraneo centrale. Ammainate le maine, gomenate le gomene, cazzate i... Sì, lo so, sono un marinaio da quattro soldi (in realtà, ho comprato il diploma con un quintale di patate, ma non ditelo a nessuno). Tra un po' ci sarà da ballare! Ma noi pirati della scrittura siamo valorosi, ci batteremo contro l'analfabetismo che spazza i sette mari con furia e ferocia! Come niente ciclone... Ah, stiamo navigando attorno all'isola di McDonald? Il capitano vuole di nuovo un panino e non ha ancora capito... glielo spiego io che non esiste un McSail.

Questa settimana un nuovo imbarco in Giuramento con cui sfogarsi di tutte quello volte che ci han fatto smettere al karaoke perchè la nostra voce è simile a quella del tricheco rauco in amore.

Per prima cosa, vi voglio informare che il servizio di Valutazione manoscritti è arrivato alla valutazione 007. Siamo troppo James Bond.

Poi, chiacchiere in Taverna dove si parla anche della borsa promozional-simbolica del forum. Siam pirati, che volevate forse una benda per occhio, un cappello o un fodero per la sciabola? Tsk, allora non ci conoscete bene... Chiacchiere anche in L'ora del tè, con in News & Rum due nuovi sfoghi-considerazioni.

In Scrittura collettiva e Area contest due nuovi contributi al bestiario fantastico e a un post to post, e in Festival gli ultimi preparativi per il ritrovo al Pisa Book Festival di questo weekend e le ultime news sul raduno di Bologna del 7 dicembre.

Ma andiamo sul serio: in Area contest ci siete già passati? Perchè il contest Chiavi in mano 2° edizione si sta popolando di sempre nuovi racconti. E i titoli sono già un programma. E chiudiamo con lo Spazio autori: mentre è attiva la votazione per il racconto del mese di ottobre, ben otto nuovi racconti per novembre!

E insomma, la nave pullula di attività, c'è da essere sobbisfatti, non vi sentite parte di una grande famiglia? Avete pelato le vostre patate oggi? E allora non vi resta che gridare con me: "Forza capitani!" 
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lunedì 4 novembre 2013

Bollettino di navigazione, 4 novembre, terzo anno in mare


Questa settimana ho sonno. Cioè, non questa settimana, ma adesso ho sonno, quindi la mia prospettiva sarà onirica, perdonatemi.

La nave velaggia tra languidi cuscini di nuvole, in un cielo che è un mare di filastrocche della buonanotte e colori tiepidi. Un vento caldo sussurra: "chiudi gli occhi" e porta alla mente pensieri di favole e ispirazioni di storie lontane.

Cosa accade sottocoperta? Presto detto:
Intanto, due nuovi imbarchi in Giuramento, per fersteggiarli abbiamo organizzato una battaglia di cuscini.
Poi, a parte le solite chiacchiere sottovoce in L'ora del tè e in Taverna, continuano a arrivare i primi lavori in Area contest per il nostro contest "Chiavi in mano seconda esizione." Scade il 26 novembre, c'è tempo, ma non è un buon motivo per dormirsela.
Ancora, in Editatemi due pirati chiedono il vostro aiuto sui loro racconti, da affettare e sezionare con attenzione.
In Spazio autori poi, è aperta la votazione per il miglior racconto di ottobre. Leggeteli tutti prima di andare a dormire e stilate il vostro podio.

In ASSOCIAZIONE CULTURALE PESCEPIRATA, per i soci, un resoconto ottombrino delle attività dell'associazione; cui ricordo, tra un pisolino e l'altro, puoi entrare a far parte anche tu: non addormentarti sugli allori!

Ecco, dovrei aver concluso. Adesso mentre indosso il pigiama e la berretta di lana con il disegno del pappagallo non mi rimane altro da dire se non: "Ronf." Ah no: "Forza capitani!" 
 
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martedì 29 ottobre 2013

Racconto del mese: agosto


Marcia funebre

di Giuseppe Novellino



Sul foglietto pieghevole era riportato il programma.
Nel primo tempo avrebbero eseguito la Serenata per archi op. 22 di Anton Dvorak e la Marcia Funebre opera postuma di Pier Germano Alodisio; nel secondo tempo la sinfonia K 201 di Mozart e il concerto per pianoforte e orchestra n°4 op.110 di Johann Nepomuk Hummel. Malinconia evocatrice, delicata leggerezza, chiaroscuri romantici e visioni d’oltretomba: il tutto affidato all’orchestra sinfonica “Gli Armonici”, diretta da Klaus Hoppinskj, e al pianista Goffredo Terzigni.
– Stimolante – disse Laura, accomodandosi sulla poltroncina di velluto rosso. – E poi dicono che il giovane Terzigni sia un una forza della natura. Non l’ho mai ascoltato dal vivo.
– Eccoti accontentata – fece il marito.
La donna buttò indietro la stola di castoro, fece una panoramica sulle teste davanti a lei e disse:
– Vedrai che saprà iniettare anche a te un po’ di vitalità.
– Dubito.
Già, il maritone cucciolone non era tanto portato per la musica classica. Lui ascoltava i Led Zeppelin e i Deep Purple. Non si era nemmeno aggiornato nel campo del rock. Laura, musicofila e dilettante flautista, era riuscita a portarlo ai concerti di tanto in tanto. Una volta si era addormentato e le aveva fatto fare una brutta figura, ma stava diventando un accompagnatore nel complesso decoroso. Chissà, forse sarebbe riuscita ad aprire una breccia in quella sensibilità da cane sanbernardo.
– Oh, mia cara!
Laura si girò di scatto. La donna che l’aveva chiamata stava ancora in piedi, tra le due file di poltrone.
– Ho riconosciuto il tuo castorino.
Lei glielo aveva prestato, una sera in cui Enrica doveva andare a una festa di beneficenza.
– Sola?
– Ma quando mai! – fece la donna, sedendosi con movenze di eleganza affettata. – Questa sera mi accompagna Giorgio. Si è fermato a parlare con la moglie del sindaco.
Laura non poté fare a meno di pensare che Giorgio, nonostante lo conoscesse appena, fosse un donnaiolo, degno compare di quella irriducibile single, un po’ puttana.
– Dicono che il pezzo forte è l’opera di Alodisio – fece notare Enrica, estraendo dalla borsetta il programma.
Laura tornò a girarsi e le sorrise. Quella sua amica era una civetta inguaribile, ma si intendeva di musica. Non veniva ai concerti solo per sfoggiare un bel vestito e l’uomo di turno.
Ma ecco Giorgio.
– Permesso… scusi… permesso.
Fece alzare quasi tutte le persone sedute nella fila e andò ad accomodarsi accanto alla sua compagna.
Laura lo squadrò. Era molto più anziano di Enrica, piuttosto rugoso, con un bel ciuffo di capelli grigi. Assomigliava vagamente a Robert Redford.
– Ti presento Giorgio – disse Enrica solo dopo un bel momento.
Lei gli dedicò un sorriso di circostanza. – E questo è mio marito. – Questi si riscosse da una specie di torpore e si voltò per salutare a sua volta la coppia.
Oltre ai soliti appassionati, in quel concerto di apertura della stagione c’era la migliore società.
Laura sapeva che tutti aspettavano di ascoltare, per la prima volta, la Marcia Funebre di Pier Germano Alodisio, autore poco conosciuto. Lo aveva riscoperto il grande critico Nicola Porretta. Una breve vita consumata nell’ombra, quasi esclusivamente trascorsa nell’isola di Lipari. Il depliant presentava la sua opera come una partitura assai originale, lontana da ogni stile novecentesco. Un pezzo di quindici minuti, per pianoforte e orchestra, una specie di rapsodia che terminava con un tema di “ solenne e trionfale tristezza”, quello che dava appunto il titolo al brano.
Il vocìo della sala adesso si stava intensificando. Già si udivano gli sporadici suoni degli archi che verificavano l’accordatura.
– Quello che odio dei concerti è l’attesa. – sbuffò il marito di Laura.
– Qui almeno si sta tranquilli e composti, tra bella gente, chiacchierando piacevolmente. – disse lei. – Non oso pensare al frastuono e al casino di un concerto rock.
– Ben detto, cara! – fece l’amica seduta nella fila di dietro. Si era sporta in avanti e alitava sulla nuca di Laura.
Entrò il direttore d’orchestra. I musicisti si alzarono in piedi. Il pubblico applaudì.
Klaus Hoppinskj non aveva l’aspetto classico dei suoi colleghi. Lo smoking che indossava cadeva male sulla sua figura tarchiata. La testa rasata.
Il marito di Laura commentò:
– Sembra un salumiere.
– L’aspetto non a il monaco. – disse Laura. – Hoppinskj è comunque un artista molto apprezzato, secondo a nessuno.
– Sarà… – borbottò l’uomo, liberando uno sbadiglio da ippopotamo.
Attaccarono la Serenata per archi di Dvorak. Tutti vennero rapiti da quelle armonie e alla fine Laura fu tra i primi a battere le mani.
– Bellissima esecuzione! – gridò al colmo dell’entusiasmo.
– Questa musica è deliziosa. – fece eco Enrica, alle sue spalle.
– Il maestro Hoppinskj è all’altezza della sua fama, – commentò Giorgio.
Laura diede una gomitata al marito. – E tu, che ne pensi?
Non rispose. Solo dopo un momento chiese: – Hai notato quella strana, sottilissima nebbiolina che avvolgeva gli orchestrali, durante l’ultimo movimento?
– No. – rispose Laura.
– Eppure…
– Non dire scemenze.
– Non vorrei che ci fosse stata qualche combustione, che so, un filo bruciato sotto le sedie dei musicisti, in qualche angolo del golfo mistico. Sai, nei teatri può capitare.
Laura lo fulminò con un’occhiata. – Ma che sta a dire?
Già, il suo maritone cucciolone, invece di ascoltare la musica, verificava l’atmosfera circostante, inseguiva nebbioline inesistenti. – Sai che ti dico? Era lo spirito di Anton Dvorak, che aleggiava sugli orchestrali per ispirarli. E tu, invece di cogliere il suo effetto, vai in cerca del suo ectoplasma.
Entrò il pianista Goffredo Terzigni. Sì, questo era il prototipo del virtuoso della tastiera. Allampanato, con un mento affilato e una chioma folta, divisa nel mezzo. Doveva avere due mani lunghissime, come quelle dell’ombra di Nosferatu. Fece un inchino e poi si sedette sullo sgabello.
Applausi.
Seguì un prolungato silenzio. Nella sala non si sentiva volare una mosca.
Il direttore, rigido e immobile, volgeva le spalle al pubblico. Quindi batté tre volte con la bacchetta sul leggio.
– Hai visto? – sussultò il marito di Laura.
– Ssss… – fece lei. – Visto cosa?
– Non è possibile. Eppure…
La musica stava per cominciare e lui aveva le visioni. Laura gli lanciò uno sguardo contrariato.
– Il pianista – disse lui – ha alzato il medio verso di noi, verso il pubblico.
– Silenzio! – disse qualcuno al lato dell’uomo. Un’altra donna si girò e lo fulminò con un’occhiataccia.
Accordi di pianoforte, lenti e dissonanti. Poi un primo contrappunto degli archi e dei legni.
Una strana melodia si diffuse nel teatro.
Laura si sentiva catturata da quella musica che sapeva di antico, pur basata su armonie e ritmi di carattere decisamente moderni.
Dopo un paio di minuti si accorse che il marito era inquieto.
– Si può sapere che hai?
– Mi sembra di avere le traveggole.
– Quelle ce le hai sempre, tranne quando mi accompagni ai concerti. Mi sembra strano che non ti sia ancora addormentato.
Capitava spesso. Una volta aveva messo Laura in forte imbarazzo perché lui aveva quasi iniziato a russare. In quella occasione stavano eseguendo la terza sinfonia di Gustav Malher.
– Quei due che suonano il fagotto, non li hai visti?
– Ce li ho davanti. Perché?
– Silenzio! – venne dalla fila anteriore.
– Scusi, mio marito non si sente tanto bene. – si giustificò lei.
– Hanno alzato il loro strumento, – sussurrò il marito, – come se volessero scagliarlo in platea.
Laura scosse il capo.
Poi cominciò a vedere qualcosa anche lei.
La musica, in quel momento, era affidata al pianoforte. Arabescava inseguendo un tema che non riusciva a sfociare.
Il secondo violino si era alzato in piedi.
Girò la schiena verso il pubblico, si slacciò i pantaloni e mostrò due bianche natiche flaccide.
Adesso un brusio si levò nella sala.
– Cazzo, lo vedi o no? – disse il marito, a voce alta.
Era incredibile. E ancora di più lo era il fatto che l’orchestra continuava nella sua esecuzione, sotto la guida di un direttore particolarmente ispirato.
– Forse c’entra con la partitura. – disse Giorgio, il compagno di Enrica. – Delle volte queste opere moderne…
– Permesso… permesso. – fece una donna in decolté, a fianco di Laura.
Dovettero alzarsi per lasciarla passare.
– Questo non è un concerto, è un’indecenza! – diceva la signora, facendosi strada per andarsene.
Fu allora che i musicisti attaccarono il tema finale della marcia funebre.
Una sottile nebbia grigia li avvolse, ma non impedì che le loro figure risaltassero sotto le luci di scena.
Goffredo Terzigni pestava sulla tastiera, producendo suoni che un comune pianoforte non poteva produrre. Ogni tanto voltava lo sguardo verso il pubblico, mostrando zanne affilate, grondanti sangue. Un suonatore di oboe aveva scagliato in aria il suo strumento e ora stava azzannando un avambraccio nudo, tagliato appena sopra il gomito, che aveva materializzato da chissà dove. I violinisti producevano strani bagliori con i loro archetti. Due suonatori di clarinetto lanciavano grida orrende durante le pause. Il timpanista si percuoteva la sua stessa testa, facendo uscire sangue dalle orecchie. Il primo violoncellista cominciò ad prendere a calci il collega seduto al suo fianco.
La sala rumoreggiava più che mai, ma non riusciva a coprire il crescendo della musica.
Molti si alzarono e cercarono di guadagnare l’uscita. Altri imprecarono. Qualcuno chiedeva aiuto.
Laura continuava a stare seduta, insensibile all’invito del marito che le stava dicendo di andarsene. Era come ipnotizzata. Non credeva a quello che sentiva e vedeva.
Poi vennero gli accordi finali. Una disarmonia addirittura sublime, un contrasto tra pianoforte e orchestra come Laura non aveva mai sentito.
Il direttore Kaus Hoppinskj si girò verso il pubblico, fece un inchino teatrale, spezzò la bacchetta e si lanciò su un ascoltatore della prima fila, azzannandolo alla carotide.
Laura a questo punto pensò di essere scivolata fuori dalla realtà.
– Vieni! – gridò il marito, afferrandola per un braccio. – Cerchiamo di uscire.
Ma quella sembrava un’impresa davvero difficile. Nel fuggifuggi qualcuno si era messo a gridare che le porte erano sbarrate.
Laura vide cadere Enrica e Giorgio lungo il corridoio fra le due file di poltrone, e venire calpestati. La calca era opprimente: grida, lamenti e rumori da tutte le parti.
Mentre cercava di farsi largo con il suo uomo, Laura notò che le sedie degli orchestrali erano quasi tutte vuote. I loro occupanti avevano seguito il direttore e si erano sparpagliati tra la folla urlante degli ascoltatori.
Un uomo gli finì addosso e le fece perdere la presa alla mano di suo marito, che finì inghiottito dalla folla. Sbatté contro altra gente, poi finì addosso a un uomo in smoking che cercò di afferrarla. Laura ebbe l’impressione si trattasse del contrabbassista, ma quando lo guardò si trovò davanti una faccia deformata dalla rabbia, gli occhi iniettati di sangue, la bocca spalancata, irta di denti acuminati, da cui colava bava verde.
Un botto assordante, fiamme e tanto fumo.
Poi più nulla.

* * *

L’incendio del Teatro Vaudetti è stata una catastrofe.
Duecentosette morti: bruciati vivi, asfissiati, calpestati. Ma se ne sono trovati alcuni anche orribilmente mutilati. La testa del sindaco, appena riconoscibile a cause delle bruciature, è stata rinvenuta molto lontano dal resto del corpo. Il cranio appariva rosicchiato, come se un animale l’avesse addentata.
Quello che è accaduto rimane avvolto nel mistero. Un incendio e un’esplosione sono stati le cause probabili della tragica distruzione. Ma non si hanno ancora dati certi.
Ci sono le testimonianze dei pochi sopravvissuti, esclusivamente appartenenti al pubblico e al personale del teatro, alcuni dei quali sono rimasti invalidi. Ma nessuno osa credere a quello che hanno riferito.
Lo psicologo Kevin Samasota, esperto in traumi, sostiene che la spaventosità dell’incendio abbia sconvolto in modo irreparabile le menti dei disgraziati scampati alla furia del fuoco.
Rimane una curiosità.
Tutto era cominciato durante l’esecuzione della Marcia Funebre per pianoforte e orchestra di Pier Germano Alodisio: una strana opera, mai eseguita fino a quel momento, prodotta da uno dei compositori più appartati del nostro panorama musicale.