domenica 23 dicembre 2012

Bucaneve di Yukie

Un racconto di Natale, una piccola perla.
Lo dedichiamo a tutti i lettori di Pescepirata e anche gli amici, gli utenti, i pirati, i matti. Quelli che scrivono e quelli che leggono. Quelli che hanno bambini e passeranno con loro il Natale e quelli che invece andranno fuori con qualcuno a fare casino. Lo dedichiamo anche a quelli che a Natale sentiranno la mancanza di un famigliare che non c'è più. Quelli che hanno disperato bisogno di amore. O di un amico.
Buon Natale a tutti, buon Natale.


Bucaneve

Lucilla aveva cinque anni quando le parole si erano fermate.
Se la ricordava bene quella giornata. La mamma aveva scavalcato la ringhiera del ponte e si era gettata nel vuoto, in un silenzio irreale, spezzato solo dall’impatto col fiume. Gli spruzzi d’acqua si erano levati alti intorno al corpo poi, ripiegandosi come lingue affamate, l’avevano spinto dentro quella gola molle e scura.
Lucilla era rimasta con le manine aggrappate ai tubi della ringhiera fino a quando un uomo le si era avvicinato. Lei avrebbe voluto raccontargli che il fiume si era mangiato la mamma, ma le parole, spaventate, si erano nascoste in qualche anfratto del cuore, dove il frastuono dei battiti copriva tutto.

Erano passati tre anni e non erano tornate. Sentiva di averle ancora, da qualche parte, ma se ne stavano lì, assopite come i bucaneve sotto il manto dell’inverno, in attesa di un raggio di sole che le svegliasse.

– Dammene un altro – borbottò Arturo, allungando sul bancone una banconota spiegazzata.
– Hai bevuto abbastanza, mi pare – replicò il barista.
Con un mugolio irritato Arturo si riprese i soldi e scese, un po’ impacciato, dallo sgabello. Tirò su i pantaloni rossi che gli stavano scendendo e sistemò meglio la gommapiuma sotto la giubba, stringendo la cintura. Poi si calò sulla testa il berretto a punta, facendo ricadere il pon pon sulla schiena. La barba bianca era vera, frutto di dieci anni di incuria.
Nell’uscire dal locale incespicò sui suoi piedi e quasi cadde, scatenando l’ilarità dei pochi presenti.
– Ce la fai Babbo Natale, o dobbiamo chiamare le tue renne a sostenerti?
Senza neanche girarsi, Arturo rispose alzando il dito medio.
Fuori dal locale, l’aria tersa e ghiacciata tagliava come un rasoio. Un colpo di tosse gli fece risalire il catarro in gola; Arturo lo fece gorgogliare in bocca e lo sputò, con un lancio che finì a un niente da un paio di scarpine lucide di pelle marrone. Alzò lo sguardo sui pantaloni di fustagno, il cappottino a quadri, la sciarpa e il berretto di lana che incorniciavano un piccolo viso congestionato, con occhi e bocca spalancati su di lui.
– Beh, che hai? – gli chiese torvo. – Sparisci! – E siccome il bambino non accennava a muoversi gli soffiò contro un – Pfuu – che lo fece scappare urlando: – Mammaaa...
Schifo di lavoro, li detestava i mocciosi. Ma se non accettava incarichi come quello, con la sola pensione non arrivava a fine mese.
La patente gliel’avevano ritirata per guida in stato di ebrezza. Si fregò le braccia per scaldarsi e si incamminò barcollando verso il centro commerciale.

Lucilla la muta, questo era il suo nome in paese.
In un mondo che dà retta a chi grida più forte, il silenzio l’aveva resa un fantasma. Le maestre si avvicinavano a lei solo per consegnarle i fogli delle prove scritte. I compagni le passavano davanti senza dare segno di vederla. Anche in famiglia era lentamente scomparsa. Padre e fratelli si erano abituati alla sua inconsistenza, non tentavano nemmeno più di comunicare con lei.
Per quello era tornata sul ponte, dove la mamma la chiamava con voce di vento e acqua. Pensava che se anche lei si fosse gettata, avrebbe potuto parlare con la mamma per sempre.

– Oh oh oh!

I tre oh gli uscirono in progressione, uno più forte dell’alto. Il velo appannato davanti agli occhi si schiarì in un istante e la lucidità prese il sopravvento perché, porca puttana, era una bambina quella che stava scavalcando la ringhiera del ponte!
Arturo si lanciò in una corsa affannata. Con le mani protese, afferrò la piccola un istante prima che si lanciasse e la tirò indietro, cadendo sulle pietre di granito azzurro con lei in braccio.
Si rialzarono, uno di fronte all’altra, e Arturo la guardò intimidito: cosa diavolo si dice a una bambina che ha tentato di buttarsi nel fiume? Lui non ci sapeva fare coi ragazzini. Ma questa gli sgranava gli occhi addosso in silenzio, doveva pur dirle qualcosa.
Approfittò del costume di scena: – Che regalo vuoi per Natale?

Anche a Lucilla si schiarì la vista, quella del cuore. Capì cos’era andato storto tre anni prima, il gesto che era mancato. Nessuno era venuto a fermare il volo della mamma.
Ma il suo sì, e forse non era una bambina invisibile, se si era accorto di lei perfino Babbo Natale.
– Puoi ridarmi le parole? – Era questo il dono che voleva chiedere. E l’aveva chiesto! La voce era uscita dalla gola, sottile e accartocciata, ma udibile. Le sue parole, come bucaneve, avevano rotto il gelo e mostravano il bocciolo, ripiegato ma pronto a schiudersi.
Babbo Natale l’aveva guardata con stupore, forse si aspettava una richiesta più tradizionale - una bambola o un servizio da the in miniatura - ma aveva esaudito ugualmente il suo desiderio. Lucilla lo abbracciò forte, con il cuore gonfio di gioia, urlando quel – Grazie! – gioioso e sonoro, che finalmente poteva dire; poi si girò e corse via.

Arturo si strinse nelle spalle: non ci aveva capito nulla. Ma almeno la bambina era scappata dalla parte opposta al fiume; se non stava andando a impiccarsi, per il momento era salva. Attraversò il ponte e continuò il suo percorso verso il centro commerciale.
Mezz’ora dopo era seduto su un trono di velluto rosso, accanto a una gigantesca renna meccanica che muoveva la testa e un abete monumentale, addobbato con luci a intermittenza. Gli altoparlanti diffondevano jingle natalizi.
– Come ti chiami, piccola?
– Anna.
– Anna, sicuro. I miei elfi mi hanno detto che sei stata buona quest’anno e che ti meriti tanti regali – recitava Arturo, tirandosi la bambina a sedere sulle ginocchia. – Ti piacciono le caramelle? Prendine una…

Lucilla arrivò di corsa nella piazza del paese e si mise a saltellare intorno alla fontana, folle di allegria e incurante delle persone che si fermavano attonite a guardarla.
Cantava.



Yukie
Giuliana Acanfora



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