mercoledì 26 marzo 2014

Racconto del mese: febbraio



Oltre

di Alen Grana

 

C’è che a essere piccoli, nel nostro paesino di provincia, bisognava sapersi arrangiare con quello che si aveva.
No, non per le cose di tutti i giorni.
Eravamo sì accerchiati dalle colline ma non ci facevamo mancare nulla.
Giornalaio, fornaio, bottega... tutto, insomma.
Ma a misura d’adulto; neppure un gioco, e ci mancava davvero.
Non gli amici, per fortuna, i più cari: Giovanni, Felice e Libero.
E per divertirci insieme bastava la fantasia.

Chi da piccolo non ha mai giocato a nascondino?
Un classico che non passerà di moda nemmeno oggi, nell’era dei computer.
Giocare nella piazza del paese ci permetteva di usare i nascondigli più impensabili, più difficili e più pericolosi.
La casa di Vanni era già disabitata quando mio nonno era piccolo. Ormai nessuno aveva più memoria di chi fosse questo Vanni. Rimaneva solo un nome e la leggenda che si era creata attorno all’abitazione.
Per quelli più grandi di noi, entrare nella casa mezza sfasciata era considerata una prova d’iniziazione.
All’epoca non ci pensai nemmeno troppo: entrai passando quel portone appoggiato contro il muro e mi diressi al piano di sopra. Dentro era tutto grigio. Polvere e pezzi di mobili rotti. La scala in legno scricchiolava al mio passaggio.
Non pensai a nulla di ciò, il mio scopo era solamente quello di nascondermi e lì, di sicuro, nessuno mi avrebbe trovato.
Oltrepassai una stanza più luminosa delle altre: una lama di sole filtrava da una crepa del vetro sporco. Proprio quella luce, come un faro che attira le navi, mi rapì.
Arrivai davanti alla finestra, cosparsa di ragnatele.
Non toccai niente, per paura che da fuori Giovanni, impegnato nella conta, potesse scorgermi.
La finestra, senza scuri esterni, dava proprio sulla via della piazza. Mi spostai da un lato all’altro per vedere dove fosse il mio amico ma non lo vidi.
Fu un’altra la cosa che vidi.
Me stesso.

Mi si freddano le mani.
Ancora oggi, dopo tutti questi anni.
Quando ripenso a quella prima volta, un brivido mi scende lungo la schiena portandosi via tutto il sangue dalle dita.

Ero proprio io.
E quella che portavo a mano era la mia bicicletta rossa fiammante con alcuni nastri sul manubrio.
Mi passai le mani sugli occhi. Arrivai pure a pizzicarmi la guancia.
Eppure il me stesso lì in basso non scompariva.
Rimasi così, ipnotizzato da quella visione, senza la forza di aprire la finestra.
Pochi secondi e alla mia destra, anzi, alla destra del me stesso oltre al vetro, arrivò Dafne, una mia compagna di scuola.
Mi si avvicinò, bicicletta al fianco come me e, dopo esserci scambiati qualche parola, ci baciammo.
Le mie mani andarono subito alla bocca.
Lui, cioè io, aveva baciato Dafne. Quanto avevo aspettato quel momento, lei mi piaceva davvero.
Ma baciò lui, e poco mi importava che fossi in realtà io.
Mi ridestai da quel sogno ad occhi aperti non appena i due uscirono dalla mia visuale.

I giorni si susseguirono. Le settimane anche.
Quello che avevo visto mi tornava in mente di continuo.
Mi fermavo a guardare la grande casa di Vanni e la paura di oltrepassare quel portone mi frenava.

Un pomeriggio passavo lì davanti con la bicicletta al fianco ripensando ancora una volta a quell’immagine quando venni raggiunto proprio da Dafne.
Come un fulmine a ciel sereno.”
Quel fulmine fu il bacio che Dafne mi diede proprio lì, in quella via, sotto la finestra misteriosa.
E capii che era tutto vero: avevo visto il futuro.
Possibile?
Possibile davvero che in quella casa vi fosse una finestra che mostrava il futuro?

Chissà chi era davvero Vanni.
Me lo chiesi spesso mentre mi appostavo dietro a quel vetro.

Me lo chiesi quando vidi l’incendio che distrusse il negozio di Natalina, vicino alla Chiesa, un mese prima che succedesse davvero.
A nulla valsero le mie parole d’avvertimento.
A nulla se non a farmi passare per matto.

E, sì, continuai a chiedermelo anche dopo diversi anni, quando vidi Dafne passeggiare per il corso principale con una carrozzina rossa fiammante, come la mia vecchia bicicletta.
Sorrisi, solo pochi giorni prima, infatti, mi aveva confidato di essere incinta.
Non le dissi mai niente. Tenni tutto per me.
Era il mio segreto: la mia finestra segreta verso il futuro.

Eppure, proprio ora che gli anni si sono sommati gli uni agli altri e le mie ossa sono diventate fragili, mi accorgo che anticipare i tempi toglie tutto il divertimento.

Guardo la macchina del becchino procedere a passo d’uomo dalla Chiesa verso il cimitero.
Dietro, allineati in fila, passano Dafne, nostra figlia Melissa ormai cresciuta, i mie nipoti e Felice, l’unico amico ancora in vita.
Sorrido e appoggio per la prima volta una mano sul vetro.
Chissà perché non me l’ero mai immaginato così freddo.

 
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