mercoledì 20 marzo 2013

Racconto del mese: FEBBRAIO



PACE IMPOSSIBILE

Avevo quattro anni… avevo quattro anni quando sentii l’odore della polvere da sparo violentare le narici. Sordide esplosioni, fumo acre. I battiti del cuore non mi permettevano di respirare. Mia madre mi prese per la mano e mi trascinò fuori di casa; all’aperto le esplosioni erano più forti, le sensazioni più rudi. Fui capace di respirare solo quando, in una campagna, riuscii a vedere i miei familiari che per volere di Hallah, erano vivi. Il mio corpo era paralizzato, fermo, gli occhi puntavano dritti sulla zona est della città, dove tra piccoli roghi si avvertiva uno straziante silenzio di morte.

Avevo quattro anni… avevo quattro anni quando accendendo il telegiornale vidi l’edizione straordinaria che riportava di un attentato di matrice palestinese nel mercato della città. Mamma come ogni mattina si era recata li, non tornò mai più. Assopito vidi le lacrime di mio padre, la devastazione sul volto di mia nonna, e la paura dei miei fratelli.

Avevo otto anni… avevo otto anni quando in qualche meandro della Giordania, nel campo profughi dove ci eravamo stabiliti, mi fu chiarita la situazione: quegli infami degli israeliani, circa un secolo prima, erano penetrati nelle nostre terre immigrando da tutto il mondo grazie agli inglesi. Pian piano avevano rubato le terre dei contadini della nostra razza e, con la forza, avevano occupato anche la striscia di Gaza e la Cisgiordania, due terre che ci sono sempre appartenute.
Non ebbi tempo di realizzare ciò che avevo imparato: in un giorno di settembre i militari della Giordania ci cacciarono via. “Dov’è che andremo?”
“Tutta colpa degli israeliani” disse mio padre.

Avevo otto anni… avevo otto anni quando chiesi al rabbino della mia sinagoga perché dio aveva chiamato a se mia madre. Rispose con tono dolce, stringendo le mie mani nelle sue, ma pronunciò parole crude che si infransero contro la pelle: “Tua madre, che dio l’abbia in gloria, è una vittima, una martire della guerra che il nostro popolo è costretta a combattere per la terra promessa. Non siamo mai stati aiutati da nessuno, non è vero che la nostra immigrazione è stata favorita dall’ovest, se non mi credi fattelo raccontare dalla nonna. Sai cos’è il libro bianco? È un accordo che proibiva al nostro popolo di andare a vivere nelle terre che ci spettavano di diritto.
Non è vero nemmeno che il popolo nostro, a suo tempo, ha rubato le terre: le abbiamo comprate, è stata l’economia palestinese a non gestire i capitali”.

Avevo dodici anni… avevo dodici anni quando capii che era impossibile convivere con gli israeliani, avevo dodici anni quando sentii il sentimento di voler riscattare il mio popolo, avevo dodici anni quando mi arruolai nelle milizie dell’OLP.

Avevo dodici anni… avevo dodici anni quando capii che era impossibile convivere con i palestinesi, avevo dodici anni quando sentii di voler riscattare il mio popolo, avevo dodici anni quando mi arruolai nell’esercito d’Israele.

Avevamo quattordici anni… avevamo quattordici anni ed eravamo guerriglieri esperti, il fronte era nostro, con le scariche di kalashnikov ammazzavamo gli infami. Sotto il sole cocente credevamo nella vittoria e nella libertà del nostro popolo, sotto il sole cocente gli ideali ci spingevano alla guerriglia.

Avevamo sedici anni… avevamo sedici anni quando, ci specchiammo l’uno di fronte all’altro, quando capimmo che saremmo morti, quando gli AK-47 sputarono sui nostri corpi un intero caricatore.
Bruciava il sole, bruciavano i fori di proiettile, bruciavano ancora gli ideali. Eravamo con la schiena a terra e l'arena del ciottolato stradale in bocca. Speravamo ancora nel riscatto dei nostri popoli.
Mai abbiamo creduto nella pace, mai abbiamo creduto nella convivenza che, mai come in quel momento, ci appariva impossibile, a noi, ai nostri genitori e impossibile apparirà ai posteri.



Di Fabio Cirillo
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