lunedì 14 marzo 2016

Racconto del mese - febbraio 2016

Fado
di Ottantino

   Di Irene amavo gli occhi, la nuca, il coraggio e un certo modo di puntare la lingua contro gli
incisivi inferiori nel pronunciare le parole che cominciano per esse impura. Scoglio. Specchio.
Stronzo. Quando diceva quelle cose lì, la adoravo.
   – Te adoro, – mi disse lei, la seconda volta in cui ci vedevamo. Tra di noi parlavamo italiano, ma
per le stronzate e le frasi romantiche usavamo il portoghese. Era una specie di codice che mi è
rimasto appiccicato addosso per parecchio, ad avvelenarmi le conversazioni, anche quando lei non
c'era più già da un pezzo.
   Del resto, c'eravamo conosciuti a un corso di lingua. Capii che era romana perché a lezione
diceva "sory" con una erre sola. Ci scambiammo gli appunti e cenammo in una bettola di Bairro
Alto. Le stradine piene di gente facevano su e giù, e ad ogni angolo c'erano un locale aperto e panni
stesi, come a Trastevere.
   Era quel periodo in cui si esce insieme ma non si sta insieme. Ci incontravamo la sera,
fumavamo, e bevevamo ginjinha, un liquore alla ciliegia che non mi è mai piaciuto, raccontandoci
le novità e le nostalgie.
   Sembravamo emigranti del periodo tra le due guerre, invece ero solo in Erasmus. Studiavo
geometria analitica e sapevo tutto delle coniche.
– Perché si chiama Erasmus? – chiedeva lei.
Io le parlavo di Erasmo da Rotterdam, per lo più inventando, e intanto le passavo tre dita dietro
la nuca. Lei mi spiegava di esser lì in una sorta di introduzione al Brasile: quattro mesi di lavoro a
Lisbona a imparare la lingua, prima di partire per Rio a trovare uno zio e, sperava, fortuna.
   Camminavamo a caso per i colli della città, fermandoci a guardare il panorama ad ogni
miradouro. Io guardavo un po' il Tago e un po' lei, che indossava maglie cortissime, sopra un
ombelico di quelli col ciccetto all'infuori.
   Era il periodo in cui si sta insieme senza dirselo. Lei elencava le parole nuove che aveva
imparato e io le contavo. E intanto pensavo che partire da Roma per andare a Lisbona a innamorarsi
di una ragazza di Roma è una carambola che ti riesce una volta ogni mille vite. È normale che uno
poi ci legga dentro cose strane: un segnale, il destino, le congiunzioni astrali.
   – É o fado, – diceva lei, e intanto tirava su col naso, perché era sempre mezza nuda ed era ovvio
si sarebbe beccata un raffreddore.

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