lunedì 16 ottobre 2017

Stella Asia di ragazzanormale

Immagine scelta da ArtiXmi per la settima minisfida 250parole


 Stella Asia

Stamattina Adelasia ha chiamato al telefono di casa. Io ero nella mia camera, sdraiato a pancia in giù sul parquet, guardavo le mie macchine che giravano sulla pista da corsa. Ad un certo punto il telefono ha iniziato a squillare, con quella canzoncina stupida che non ha neanche una parola. Mamma è corsa a rispondere. Da come ha risposto era un po’ preoccupata, magari aveva paura che qualcuno rispondesse prima di lei.
Quando mamma ha detto ‘’Ciao Adelasia’’ la macchina della polizia è uscita dalla pista. Mi sono alzato veloce come un fulmine e mi sono messo ad ascoltare da dietro la porta.

«Elìas! Scendi che c’è Adelasia al telefono!»
E subito mi sono messo a correre super veloce giù dalle scale, rischiavo di scivolare, però in quel momento non mi interessava, volevo solo parlare con Adelasia.
Quando sono arrivato ai piedi della mamma mi ha dato subito il telefono, facendo un sorriso strano, finto.

«Pronto?»
«Ciao Lìas!» mi ha detto tossendo
«Asia hai il raffreddore?»
«Si, oggi ero dal dottore»
«Puoi venire a giocare?»
«Mia mamma ha detto di sì»

Io mi sono girato verso la mia, e anche lei ha detto di sì con la testa.
Appena è arrivata siamo andati a giocare, ma non può correre altrimenti si stanca troppo.
Siamo andati in giardino a guardare le stelle, il mio papà mi ha insegnato a trovare il grande carro e il piccolo carro nel cielo, così l’ho fatto vedere anche a lei. Ci siamo raccontati un sacco di cose, poi Adelasia si è sdraiata sulle mie gambe, aveva il fiatone, per colpa di quei tubi di plastica che uscivano dal suo naso e che finivano nel suo grande zaino. Mi ha detto che aveva sonno, così le ho accarezzato i capelli finché non si è addormentata. Ho guardato di nuovo il cielo, e c’era una nuova stella, dovrò chiedere a papà come si chiama.


Questo è il racconto vincitore della minisfida 250parole, con l'immagine proposta da ArtiXmi. 

Volete provare a partecipare anche voi?
È facile, basta seguire questo link e scrivere un racconto di 250 parole sull'immagine proposta, questa volta, dalla vincitrice ragazzanormale.

domenica 8 ottobre 2017

Racconto del mese: luglio-agosto 2017 - Suonano le campante per il morto di Titty


Il rintocco delle campane sveglia Giovanni che si appoggia al bastone per non cadere. È la seconda volta che viene disturbato dal sonno. La moglie lo rimprovera sempre di non mettersi a dormire sulla sedia, ma di andare sul letto. Testardo e fedele al suo amico a quattro zampe, si sistema dopo pranzo sotto l’ulivo. La faccia è secca dai raggi del sole, che la pianta con poco fogliame non riesce a proteggere dall’esposizione.
Il calore lo sopporta bene, lavorando per anni il piccolo orto subito sotto l’oliveto piantato dal bisnonno Ernesto. I piedi sono coperti dalla figura di Poldo, il cane maremmano che vive con loro. Un tempo faceva la guardia al gregge, ma ora sia lui che il suo padrone sono troppo anziani per allevare degli animali. Non può essere d’aiuto neanche Cecilia; le sue mani hanno l’artrite e non riesce a mungere e fare il formaggio. Venduto tutto al nipote dei Gavinu, nel 2007, si godono il riposo estivo. A fine settembre torneranno a Roma, vicino ai figli. Per il momento l’aria salutare di Poggio Cancelli li ristora e li fa tornare indietro di dieci anni prima, quando ancora erano attivi nei campi.

Continua a leggere su PescePiratA Forum Letterario!

giovedì 28 settembre 2017

Racconto vincitore del contest "Il bivio": Quello che la Lola vede





PROLOGO

Zoppico verso la ruota panoramica. Non ho sul serio intenzione di salire, è solo per avere una direzione. Saltimbanchi, skaters e turisti mi passano accanto, ignorandomi. Neppure loro mi riconoscono. E come potrebbero, maledizione?
Venice Beach è così colorata, rumorosa, soleggiata; mi chiedo che ci faccio qui.
A Laura sarebbe piaciuto.
Laura, che mi aveva chiesto di trasferirmi in Italia.
Laura, che odiava volare, e che dopo quest’esperienza forse non l’avrebbe fatto mai più.
Sarei stato al mio posto su quel volo? No, mi sarei chinato su di lei e l’avrei baciata, incurante degli altri passeggeri e del bisogno di respirare, finché non fossimo arrivati a destinazione.
Forse non dovrei perdere di vista la mia auto, lì c’è tutto quello che ho. Ma a questo punto che differenza può fare?
Schivo ragazzini con i loro palloncini di zucchero filato, la coscia manda fitte come se un fendente d’avorio vi fosse ancora conficcato.
Avanzo trascinando le gambe, un senso di vuoto dentro; ma è un vuoto dolce, che ha più un sapore di libertà, o forse di malinconia.
Senza una donna. Senza una casa. Senza un lavoro. Il rottame di me stesso. Forse è il sapore di una fine.
Nelle tasche ho gli ultimi venti dollari. Come meritano di essere spesi “gli ultimi venti dollari”?
Il mio occhio buono scorge per l’ennesima volta quelle luci intermittenti: “Lola vede: passato, presente e futuro”.
Scosto la tenda di perline tintinnanti. Dentro al baracchino fa caldo, l’aria è satura di essenze puzzolenti che ricordano le chiese, i funerali. Mi siedo, pronto al peggio.
Lola è una vecchietta grinzosa con un foulard viola sul capo. Sorride mostrando una punta di superbia mentre mischia le carte e le dispone a ventaglio. Me ne fa scegliere alcune, poi legge i tarocchi con quelle rimaste. L’espressione le si fa cupa, alza lo sguardo su di me inchiodandomi allo sgabello.
«Vedo negatività nella tua aura.»
Eh, no. Troppo facile. «Dimmi qualcosa che non so.»
«Vedo l’oblio. La strada segnata dal fato ti condurrà nella nebbia degli ultimi.»
Trattengo un grugnito: oblio. Non ci sono già dentro fino al collo?
«Che altro vedi, vecchia?»
Solleva un sopracciglio, ma non sono ancora sazio di risposte. Mille domande mi sono fatto in questi giorni, ma una in particolare continua a percuotermi le tempie.
«Voglio sapere perché.»
Ricompone il mazzo di carte con le dita nodose, poi si sporge un poco in avanti.
«Tutto ha avuto inizio in un momento preciso.»
«Ah!», sbotto. So benissimo quando tutto ha avuto inizio. Quando hanno stabilito che l’ora ufficiale doveva fottersene di quella segnata astronomicamente dal passaggio del sole per il meridiano locale. Quel maledetto 26 marzo.
Ma se li deve meritare tutti, i miei ultimi venti dollari. È lei che deve dare risposte, non io.
«Come posso aiutarti ancora, figliolo?»
Prendo il portafoglio griffato e lo svuoto sul velluto. I suoi occhi riflettono il bagliore delle candele sulla sabbia, mentre la puzza dell’incenso mi impregna i capelli.
«Voglio sapere come sarebbe andata.»
La cartomante mi scruta nell’occhio buono e poi si sofferma sulla garza da pirata. No, non è per il mio ultimo film.
Si china e da sotto il tavolino trae una sfera. Come quella di Harry Potter, ma dentro non c’è nessuna nuvola che annunci TuSaiChi.
«Fai come me», e appoggia i polpastrelli sulla palla di cristallo a occhi chiusi. Così faccio io.
Poi la sua voce gutturale intona una litania inquietante, una cantilena di parole incomprensibili. La sfera, prima fredda sotto alle dita, ora sembra scottare.
La vecchia tace all’improvviso e io spalanco gli occhi. Nella palla, che riluce di azzurro, vedo me stesso il giorno della partenza.
Accidenti quanta fretta avevo di buttare nel cesso la mia vita!

La storia continua sul forum di PescePiratA!

giovedì 21 settembre 2017

Bollettino di navigazione - 21/09/2017 - sesto anno in mare


Ahrrr pirari della malora!
Questo nuovo aggiornamento per informarvi che: abbiamo perso la rotta.
Guai a chi dice che non l'abbiamo mai avuta! Triglie squamate che non siete altro!
Però ci stiamo impegnando per ritrovarla, dato che siamo pirati volenterosi. Vedrete, vedrete.
Tant'è che adesso inforco gli occhiali e metto il tailleur da Lillo Gruber e vi ricordo che abbiamo delle scadenze.
C'è da votare il racconto del mese, muovetevi, razza di triglie fritte nell'olio da cannone!)
E la minisfida dell'immagine ancora aperta (e poi da votare, avanti, triglie in salmì!)


Inoltre, ricordo a tutti che commentare i racconti in Spazio Autori  è un ottimo modo di capire i propri pregi e difetti. Riflettere sui testi degli altri è un'esperienza che dona consapevolezza, manco il Dalai Lama. Oltre che, fa parte del codice del pirata il commentare per ricevere indietro un commento. (Muovere i deretani, triglie frullate coi funghi e la besciamella!)


Concludo dicendo che si informano i signori raziatori di mare che le casse chiuderanno tra dieci minuti, si prega la gentile clientela di affrettarsi, grazie. (Triglie sminuzzate in riduzione di olio di fegato di merluzzo e alga nori ripassata in aceto di riso e timo!)

mercoledì 5 aprile 2017

Concorso di scrittura: Il bivio


Per mesi e mesi abbiamo cercato di tracciare la rotta che ci avrebbe portato finalmente a El Dorado, ad Atlantide, a Tortuga, a Timbuktu, da qualunque parte; e proprio quando abbiamo sentito sulle schiene frustate dal sole quel brividino che significa: "Ci siamo!", ci siamo accorti che avevamo la mappa al contrario.
Allorché ci siamo chiesti: se le cose fossero andate diversamente? 

Quindi, tra una scazzottata e un cordiale brindisi, ci siamo detti: "E se facessimo un bellissimo contest a coppie?" e ci siamo detti anche che l'idea non solo ci piaceva tantissimo, ma che avremmo dovuto farlo davvero. Così lo abbiamo fatto, abbiamo indetto un nuovo contest!

E cosa dovete fare per partecipare?
Possibilmente partecipare in due, ma va bene anche se partecipate da soli, e partire da questo spunto scritto da una sirena malinconica che si chiedeva come fosse danzare col diavolo nel pallido plenilunio.
Domenica. Era tempo di tornare. Ormai non poteva più fuggire, il volo sarebbe stato lungo. Avrebbe dovuto alzarsi alle otto per andare in aeroporto, ma si era dimenticato che quella domenica era scattata l'ora legale. Non aveva regolato la sveglia. Ma se lo avesse fatto? Se fosse partito come tutti si aspettavano?

Si chiede con gentilezza pirata di raccontare la storia a partire dallo stesso momento, ma una dovrà narrare di come è andata davvero e l’altra di come sarebbe andata se. Possono essere consegnati come racconti indipendenti o finire in un unico racconto in cui le storie si intervallano, a piacere.

Basta registrarsi - GRATUITAMENTE - al forum PescePiratA, troverete le sezioni per postare i racconti, informarvi sulla lunghezza del testo e sui favolosi premi targati PescePiratA, seguendo questo link.

Partecipate? Eddài, venite a giocare con noi!

Clicca qui per scaricare il bando, e qui per scaricare la liberatoria.

mercoledì 26 ottobre 2016

Recensione de La vita va avanti di Vito Ferro, Autori Riuniti



La vita va avanti. Sì. Ma come? Il protagonista Armando Pittella aspirante scrittore, castano, occhi tristi, capelli corti, forse ha un cane. È solo e disorientato. Cosa gli è successo? Dove si trova? Cerca delle voci come ricordi. Il muro davanti ha uno spiraglio. L’umidità è una mano che lo riporta laggiù da dove tutto è cominciato. Alla sua vita. Sì perché Armando è morto. Si risveglia in una sorta di vita non vita nel cimitero dove è sepolto. È una strana sensazione che il lettore percepisce come una condizione a cui appellarsi quando il dolore per la perdita dei nostri cari è struggente. La nostalgia è una costruzione insolita, passa per il protagonista che fluttua con la vita sotto i piedi. Oppure era dietro le spalle? O in mezzo a qualcosa che non riusciamo a definire subito?
La luce tremolante del televisore del custode del cimitero rende la sensazione del trapasso e di una condizione vacillante. Come la stessa vita o la stessa morte che qui è presentata come l’ultima appendice di una vita. Armando non è solo. Ad abitare il cimitero altri che come lui si sono svegliati nel giardino. Non possono uscire da quelle quattro mura, aspettano un parente, aspettano di vedere voci e volti noti per poter ricordare ancora un pezzetto di vita che sembra svanire attimo dopo attimo. Ma chi erano? Cosa rappresentano per il lettore e per Armando?

“La vita è una tale distrazione che non si lascia neanche prender coscienza di ciò da cui ti distrae.” (F. Kafka)

Filippo è morto giovane. Alessio morto affogato, è uscito dalla tomba ma non riesce a parlare. È il pensiero muto. Armando non ricorda niente. L’anima diventa una propaggine inquieta. È una trasposizione. La compagnia tra i morti non è salvezza, ma sofferenza. Non mangiano, non dormono, non sognano. I personaggi sono i diversi alter ego di Armando. Saverio soffre, non esce dalla tomba. La sofferenza che Armando chiude e trattiene in se stesso. Le mancanze un elenco inutile a rileggerlo che prende senso dopo la vita, quella a colori. Chiara la donna di Armando. L’attesa. La felicità è un “ricordo” dolce, pensa Armando.

“Non sanno quando sarà come sarà dove andranno, solo questo li accomuna ai vivi, ancora”.

La loro condizione non sarà per sempre. Svaniranno prima o poi e si dilegueranno solo dopo cosa? Ecco che qui il libro sa trasportare fino in fondo alla morte. O alla vita dove il destino è una riga immaginaria. Separa le sponde di un fiume fatto di altre storie di terra.
Ma non tutti hanno accettato di essere morti. Il senso claustrofobico della bara è la prigione dei sentimenti o rammarichi più intimi. Ma la morte come ce la presenta Vito Ferro è una morte che assomiglia a un’appendice. La morte come una vetrina allo specchio.

“Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo...Non ci sarà dunque, per le cose che sono, non la morte, bensì un’altra specie di fine, o una grande ragione: qualcosa così, come un perdono?”( F. Pessoa)

I personaggi si rivolgono agli altri come se fossero ancora in strada, al bar a discutere di politica. È una condizione che sposta l’equilibrio tra quello che possiamo credere e quello che crediamo davvero. Il cuore è sempre il senso delle cose. La morte accarezza tutti, non si impietosisce di lustri e onori.
“Niente resta. Quanto si può resistere?”.
È una morte vista da tutti i punti di vista. È la morte di chi rimane appeso, di chi rimane a passeggiare tra le tombe, è la morte di chi non ha più nulla da perdere. È la morte di chi aspetta la morte. È un libro che fa da ponte. Una sorta di lucernario dove le cose non sono nitide come le ricordavamo ma prendono un’altra forma. Una forma instabile ma importante. Il silenzio è una figura densa. Al contrario della nebbia, ma Vito Ferro ci sa regalare un finale con il sole.
“Lascia perdere Armando per quieto vivere”.


Samantha Terrasi