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lunedì 30 ottobre 2017

Minisfida Racconti di Note #6: (Sittin') on the dock of the bay

Ahr!
Il vincitore della sfida Racconti di Note #5, vi sfida tutti a scrivere con Otis Redding e la sua meravigliosa (Sittin') on the dock in sottofondo.


Fatevi sotto!
C'è tempo fino al 12 di novembre per giocare e scrivere un racconto di 4000 battute!

Alle penne, pirati!

Vi aspettiamo su PescePiratA Forum Letterario!

mercoledì 24 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 5 - lo straniamento



Straniamento: sconvolgimento dell’abituale percezione della realtà che il narratore induce nel lettore mediante l’uso di particolari tecniche linguistico–narrative.

Questa è la tecnica narrativa che esploriamo oggi. Per spiegarla, come ho fatto per l’hook, parto subito da un esempio:

Gli esseri umani sono cose di dimensioni variabili. I più piccoli lo sono talmente che se altri esseri umani più grandi non li portassero dentro un piccolo veicolo, non tarderebbero a essere calpestati. I più alti raramente superano i 200 centimetri di lunghezza. Un dato sorprendente è che quando giacciono distesi misurano sempre stranamente lo stesso. Alcuni hanno baffi, altri barba e baffi. Quasi tutti hanno due occhi, che possono essere situati nella parte anteriore o posteriore della testa, secondo da che parte li si guarda. Deambulando si spostano da dietro in avanti, per la qual cosa devono controbilancare il movimento delle gambe con un vigoroso sbracciamento. I più frettolosi rinforzano lo sbracciamento mediante borse di pelle o di plastica o valigette denominate Samsonite, fatte di materiale proveniente da un altro pianeta. Il sistema di spostamento delle autombili (quattro ruote accoppiate piene d’aria fetida) è più razionale, e permette di raggiungere velocità superiori. Non devo volare né spostarmi a testa in giù se non voglio esser preso per un eccentrico. Nota bene: mantenere sempre in contatto col terreno un piede – uno qualsiasi dei due – o l’organo esteriore denominato culo.

“Nessuna notizia di Gurb” di Eduardo Mendoza.

A descriverci in questo modo esilarante è un alieno, sbarcato sul nostro pianeta in missione di ricognizione insieme a un compagno. Quest’ultimo si perde e lui resta solo, a cercarlo e a registrare ciò che vede attraverso il suo sguardo, estraneo alle abitudini del nostro mondo.

Eduardo Mendoza è uno scrittore spagnolo contemporaneo, ma nell’utilizzo di questa tecnica ha dei predecessori famosi. Tolstoj per esempio, che in un racconto degli anni venti, “Cholstomer”, usa come narratore un cavallo, che ragiona a modo suo sulle diversità tra uomini e cavalli (giungendo alla conclusione che i cavalli sono superiori).
Frederic Brown utilizza magistralmente la tecnica dello straniamento nel suo racconto breve “La sentinella”, che merita senz’altro una lettura. Se non lo conoscete leggetelo qui: http://www.galileilivorno.it/serale/fad ... inella.pdf

La tecnica dello straniamento dunque si usa quando si vuole stravolgere gli schemi comuni, descrivendo una situazione normale dal punto di vista da qualcuno per cui non è tale, in modo che tutto appaia ribaltato, insolito, spaventoso o buffo.

In ambito italiano non si può non citare Verga, che ha adottato lo straniamento in molte sue opere. Questo è l’incipit di Rosso Malpelo:
«Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone.»
Appare evidente che quello esposto non è il punto di vista dell’autore, né di un personaggio specifico, ma la mentalità collettiva dei personaggi della storia. “Malpelo ha i capelli rossi perché è un ragazzo malizioso e cattivo” è l’espressione di un pregiudizio popolare. Detto in tecniche narrative: uno straniamento.

Esercizio: Descrivete brevemente un condominio dal punto di vista di un abitante di un villaggio africano.


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mercoledì 17 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 4 - Il titolo


corso di scrittura

 

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 4 - Il titolo

ANEDDOTO
Un autore quasi sconosciuto propone un libro che, dopo diversi giri, finisce sul tavolo di Antonio Franchini, editor degli Omnibus. Il libro piace ma è particolare, difficile da collocare. All’editor viene in mente un titolo a effetto e decide di puntare su quello, lo propone all’autore, che accetta. E il libro ha un successo straordinario.
L’autore è Paolo Giordano, il libro “La solitudine dei numeri primi”
I numeri primi sono indivisibili, se non per se stessi o per uno. Questa caratteristica li rende diversi e la loro diversità si traduce in solitudine. Il titolo contiene quindi la tragedia del sentirsi diversi, sulla quale si fonda il romanzo. Ovviamente il romanzo è di qualità per aver conseguito tanto successo ma, a detta di Franchini, senza quel titolo forte difficilmente Giordano sarebbe esploso.

Quanto conta l’editore nella scelta del titolo?
Come si è visto dall’aneddoto, il titolo è un elemento importante, capace di contribuire in modo determinante al successo di un libro. L’editore ha sempre voce in capitolo su questo aspetto, perché conosce il mercato meglio dell’autore. Dal canto suo quest’ultimo conosce meglio il romanzo e può suggerire un titolo attinente all’argomento del libro. La sinergia tra autore ed editore è quindi la formula vincente per arrivare a una soluzione originale, che soddisfi entrambi e soprattutto il pubblico.
Quando inviate a un editore il vostro manoscritto potete usare la formula: Il titolo da me proposto è Oppure, se ne avete più di uno: I titoli da me proposti sono e di seguito l’elenco dei titoli a cui avete pensato. In questo modo farete capire all’editore che avete iniziativa, ma che siete anche disponibili a negoziare su questo aspetto.

Quali sono i segreti di un titolo efficace?
Immaginiamo una persona che entra in libreria, si muove tra i vari espositori, legge i titoli sui dorsi dei libri e ogni tanto ne estrae uno per leggere l’incipit o la quarta di copertina. Che cosa l’ha convinto a prendere in mano proprio quel libro? Il titolo, nella maggior parte dei casi. Soprattutto se l’autore è esordiente e quindi poco o nulla conosciuto.
I meccanismi di scelta sono poco razionalizzabili, più vicini alla suggestione che al ragionamento. Vediamo allora se e come è possibile creare questa suggestione.

Calvino diceva che i titoli migliori sono quelli brevi, fatti di una sola parola, che si possono ricordare subito. Poi, però, ammetteva che il suo titolo più brutto era "Palomar", e il più bello "Se una notte d'inverno un viaggiatore..."

E questo già fa capire che per dare un titolo a un’opera non ci sono formule magiche né matematiche. Sintetizzando però possiamo elencare alcune caratteristiche presenti nei titoli “di successo”.

- Il titolo è evocativo (“La solitudine dei numeri primi”, “Figli di un dio minore”)
- Specifica il genere del romanzo (“Assassinio sull’Orient Express”, “Portello Pulp”)
- Richiama elementi forti del romanzo (“Shining” “Il codice Da Vinci” )
- Ha un significato preciso rispetto alla trama (“Camera con vista”, “La bambina che amava Tom Gordon”)
- Prende il nome del protagonista. In questo caso però deve trattarsi di un personaggio forte, di quelli indimenticabili (“Dracula”, “Anna Karenina”)

È ovvio che nessuno può insegnare a titolare un’opera, però conoscendo gli elementi che suscitano di solito interesse nel lettore si può lavorare su quelli.
Vi propongo un esercizio/ gioco. Io invento una trama, voi trovate il titolo a questo libro.

TRAMA
L’equipaggio della “Pescepirata” approda a un’isola misteriosa, che a prima vista sembra disabitata. Secondo una vecchia mappa rinvenuta dai capitani pare che in quest’isola si celi un favoloso tesoro. I pirati sbarcano per cercarlo e si sistemano costruendosi capanne di legno e paglia. La situazione è divertente, persino romantica, e i pirati si lasciano andare a una serata di festa sulla spiaggia a base di rum e canzoni.
La mattina seguente però i due capitani sono scomparsi e al loro posto viene trovato un biglietto con delle indicazioni. Se vogliono ritrovarli vivi devono scrivere tutti insieme il primo capitolo di un libro e alla sera posarlo sotto a un albero, in un punto preciso dell’isola. La mattina seguente troveranno il primo indizio per cercare i capitani. Per avere il secondo indizio dovranno scrivere il secondo capitolo, e così via: ogni giorno un indizio e un capitolo da scrivere.
A libro finito, con l’ultimo indizio, la ciurma ritrova i capitani e scopre che sono stati proprio loro a simulare il rapimento, per costringere l’equipaggio a scrivere. Il tesoro non esiste, o meglio il tesoro è proprio il libro che hanno scritto a più mani, che pubblicato da un importante editore, diventerà un best seller.


TITOLO?
A voi inventare un titolo per questo pastrocch :shock: questo capolavoro letterario.


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venerdì 12 ottobre 2012

La scrittura creativa: il raptus creativo di Lutastyle.

laboratorio di scrittura

 La scrittura creativa: il raptus creativo di Lutastyle.

Prima di incontrare il mio pseudo-editor/psicanalista, generalmente, succedeva che prendevo un foglio, segnavo un paio di battute e poi le trascrivevo su video. Peccato che poi su video sembrassero tante formiche confusionarie, mi facessero vomitare e dopo aver messo a tacere i succhi gastrici molto spesso le eliminavo con furia. No, non Furia Cavallo del West che beve solo caffè per mantere il suo pelo più nero che c'è. No, furia nel senso che mi giravano proprio i coglioni e, dopo un urlo in stile Xena la principessa guerriera, schiacciavo fortemente il tasto canc. Ho cambiato diverse tastiere.

Dopo aver incontrato il mio pseudo-editor/psicanalista, succede che non prendo più foglio e penna, ma parto direttamente da video. Le formiche non compaiono più ma i succhi gastrici ribollono comunque. Mi violento e porto a termine qualche paragrafo. Poi mi metto nei panni del mio lettore ideale, che no, non è il mio fidanzato, non è mia madre e nemmeno la mia gatta a cui fa letteralmente schifo tutto ciò che le propongo in lettura, e mi faccio ridere. Ma proprio ridere. E rido, rido, rido di me stessa. Finché mando affanculo il mio lettore ideale a sua insaputa e rimetto mano a quei paragrafi. Quando sono disperata li trasformo in racconti brevi che propino a PescepiratA. Non so se avente presente, un vascello di matti sconclusionati, mica come me che sono completamente sana di mente. Sì, lo so, occhio agli avverbi.

Scrivo di notte, di giorno, sul water, per terra, nel letto. Scrivo anche mentre dormo, ogni tanto. Quando poi mi sveglio mi ritrovo dei foglietti nel letto, ciancicati dal mio poderoso sedere [che immagini evocative so regalare, a volte, eh?], scritti in maniera incomprensibile. Ovviamente non mi ricordo mai un cavolo di quello che la mia mente partorisce by night. E quindi di giorno si ricomincia con la tiritera.

Quando qualcosa mi sembra umanamente accettabile la mando al mio pseudoecceccecc... lui generalmente ride. Non me lo ha mai detto, ma lo so. Mi dà dei consigli, io riguardo il tutto, mi dice cosa c'è che non va, faccio di nuovo come dice lui. Quando lui è soddisfatto lo sono anche io. No, non è vero. Quando lui è soddisfatto io guardo il prodotto finale e dico:"Ma come cazzo fa a ritenersi soddisfatto lui, quando a me fa cagare?"

Poi lascio il tutto a decantare. Lo rileggo dopo qualche tempo e mi dico:"Ma dai, aveva ragione lui! E' stato vincere un terno al lotto incontrarlo!"

Lutastyle
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martedì 9 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 3 - Hook



“Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni inquieti si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante. Se ne stava sulla schiena, dura come una corazza e sollevando un po’ la testa scorse il suo ventre arcuato, scuro e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le numerose zampe, penosamente fitte e sottili se comparate alla sua normale corporatura, annaspavano senza tregua proprio sotto il suo sguardo.”

Anche se siamo su una nave pirata, l’argomento di oggi non è Capitan Uncino. Parliamo invece di “narrative hook”.
Quello sopra, l’avrete riconosciuto, è l’inizio del libro “La metamorfosi” di Kafka. Un incipit che non lascia certo indifferenti: una mattina il protagonista si sveglia e si trova trasformato in un grosso insetto. Com’è possibile, che cosa gli sarà successo? Che cosa farà adesso? Poche righe che “agganciano” il lettore e lo inducono a continuare la lettura, finché a ogni sua domanda venga data risposta. Questo è un “narrative hook” o un uncino narrativo, per dirlo con parole di casa.
Si tratta di una tecnica letteraria che viene impiegata all’inizio di una storia e che “uncina” l’attenzione del lettore, per invogliarlo a continuare la lettura. L’inizio può consistere in diversi paragrafi per una storia breve, o in diverse pagine per un romanzo, ma idealmente è la frase iniziale.
Un ottimo modo di catturare il lettore, specialmente in un racconto d’azione, è quello di iniziare la narrazione “in media res”, ossia partire da un momento drammatico (una scena di battaglia, un litigio, un evento improvviso...) e poi tornare con un flashback a raccontare gli antecedenti.

Ma non è l’unico hook possibile, ci sono altri modi di agganciare il lettore. Studiamo qualche altro incipit famoso.
“Era una luminosa e fredda giornata d'aprile, e gli orologi battevano tredici colpi." 1984 di George Orwell 
Come sarebbe a dire che gli orologi battevano tredici colpi, quando normalmente non ne battono più di dodici? Ecco che in una frase il lettore è già catturato.

“Tutto ebbe inizio per via di un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e, all’altro capo, una voce che chiedeva di qualcuno che non era lui.” Città di vetro Paul Auster
A cosa può aver dato inizio una telefonata sbagliata? Per saperlo il lettore deve continuare a leggere.


"Mi anno bocciata a dodici anni perche o fatto una bambina con mio papa. Mia filia cia la sindome di Down. " Push -La storia di Precious Jones Sapphire.
Un incipit drammatico e per di più sgrammaticato. Chi sarà questa Precious Jones che ci racconta la sua storia? Come si può resistere a non saperne di più?

Pirati, a voi la palla (di cannone): avete mai inserito un hook nei vostri incipit? Pensate che sia un buon metodo per agganciare l’interesse del lettore, o lo considerate solo un trucchetto da quattro soldi?
Ai più volenterosi propongo un esercizio: provate a scrivere un incipit (da una/due righe fino a un breve paragrafo) in cui sia presente un uncino narrativo. 
Ovviamente non correggerò l’esercizio, in quanto non esiste una risposta giusta o sbagliata, ma sarebbe bello che commentassimo insieme tutti gli incipit inseriti, per vedere quale ci ha catturato di più, o in che modo si possono migliorare per renderli più efficaci.


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Le precedenti lezioni: appunti di scrittura 1 e appunti di scrittura 2

lunedì 1 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 2 - La punteggiatura nei dialoghi

 

Entriamo nella pratica, con un argomento che sembra semplice ma che a volte lascia dei dubbi: come va inserita la punteggiatura nei dialoghi?

Intanto sappiamo che i tratti convenzionali usati per i dialoghi sono di tre tipi: 
Il trattino: – Viva Pescepirata! 
(Il trattino in chiusura si mette solo se c’è una continuazione della frase: – Viva Pescepirata! – disse yukie.) 
I caporali: «Viva Pescepirata!»
Le virgolette alte: "Viva Pescepirata!" 

È sufficiente aprire un paio di libri a caso per vedere dialoghi in cui la punteggiatura è presente nei modi più diversi. Questo succede perché ogni casa editrice ha le sue convenzioni, ma se osservate bene c’è una regola(quasi) sempre rispettata, ed è quella della consequenzialità: 
“Se c'è consequenzialità nel discorso, la frase che segue il dialogo non vuole la maiuscola. Se non c'è consequenzialità, la frase dopo il dialogo inizia con la maiuscola e la frase di dialogo deve finire con il punto.”

Per capire meglio facciamo qualche esempio.




Con consequenzialità:

– Hey, MasMas, tutto tranquillo a bordo? – chiese il capitano.

Essendo consequenziale al dialogo, chiese va scritto in minuscolo, anche se la frase di dialogo finisce con il punto interrogativo.
Anche spezzando il dialogo con l'inciso chiese resta in minuscolo:

– Hey, MasMas – chiese il capitano, – tutto tranquillo a bordo? 


La virgola, per come mi è stato insegnato, si sposta al termine dell'inciso, ma questa è una convenzione di Mondadori; in libri di altri editori potete trovarla anche all’interno del dialogo (qui dopo MasMas per capirci). Comunque, se presentate a una casa editrice un libro in cui i dialoghi seguono convenzioni diverse dalle loro, non per questo si scompongono. Diverso è fare errori di punteggiatura (tipo, nel caso sopra, scrivere chiese in maiuscolo).

Senza consequenzialità:

– Grazie, Peta. – Quella ragazza era davvero gentile.

Nella frase che segue il dialogo, non c’è consequenzialità perciò, come tutte le frasi di senso compiuto, inizia con la maiuscola e finisce con il punto. Allo stesso modo ci deve essere il punto dopo Peta, perché chiude la frase.

Se la frase precede il dialogo (Anne chiese avete visto Black Bart) ci vogliono i due punti.
Anne chiese: – Avete visto Black Bart?


Se qualcuno ha voglia di mettersi alla prova, ecco un brano senza maiuscole e senza punteggiatura. Inseritele voi:

– laura hai parlato con marco 
– no perché cosa dovevo dirgli 
simona alzò gli occhi al cielo – ma dove hai la testa – non riusciva a credere che laura se ne fosse dimenticata 
– dai non farmi stare in ansia – la pregò laura 
– dovevi dirgli che hanno anticipato l'esame – si decise a confessare simona – a questo venerdì 
laura portò le mani alla bocca – oh santo cielo – esclamò – l'avevo dimenticato ora non farà in tempo a prepararsi
– esagerata – a fatica simona trattenne una risata – se lo avverti adesso avrà tutto il tempo di studiare 
laura si precipitò al telefono


La discussione continua sul forum Pescepirata


Se hai perso la prima parte degli appunti di scrittura creativa di Yukie  la puoi rileggere cliccando QUI


lunedì 24 settembre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 1- Editing o revisione?



Panino col salame, lattina di coca... crunch crunch... :shock: 'mbè, che avete da guardare? Me l'ha detto il capitano di mettermi qui a fare lo spuntino... crunch crunch...
Mmh, ora che ricordo meglio, mi aveva chiesto di fare dei piccoli spunti. Ops!... Fatemi nascondere le briciole sotto a questo barile... non mi ha visto, vero?
Bene... cominciamo.


Con questo post inauguro una rubrica fissa che tratterà di tecniche narrative (non esistono solo il PdV e lo show don't tell!), formattazioni del testo, nozioni di editing, ecc. Tutte piccole cose che ci aiuteranno a migliorare la scrittura. Non hanno la pretesa di essere delle lezioni, sono solo degli spunti per parlare insieme del nostro hobby preferito (hey tu, parlavo della scrittura, metti via quella collezione di francobolli!).

Per cominciare, direi di fare chiarezza su editing e revisione. 
Sono la stessa cosa? Sì e no. 
Entrambi sono lavori che servono a migliorare un testo narrativo, con la differenza che l'editing si fa sui testi altrui e la revisione sui propri. E per quanto possa sembrare il contrario, non è una distinzione da poco. Vediamo perché. 

EDITING

Innanzitutto il lavoro di un altro scrittore non ci appartiene. Questo significa che un buon editing non deve snaturare lo stile dell'autore né la struttura dell'opera. Non possiamo riscrivere il testo solo perché, a nostro gusto, è preferibile così. Gli interventi devono essere il più possibile leggeri, e mirati a correggere errori e debolezze del testo che stiamo editando. Se proprio riteniamo che - oggettivamente - alcune frasi trarrebbero beneficio da una riscrittura, possiamo suggerire all'autore le modifiche che riteniamo utili, lasciando a lui la decisione finale sul cambiamento.