Il soffio di Eolo
La strada di terra battuta portava all’anonimo capannone, in mezzo alla campagna. Nella notte senza luna due bici si stavano avvicinando saltellando, invisibili ma rumorose. I due piloti erano vestiti tutti di nero. Il più alto e magro aveva un passamontagna mentre quello più tarchiato aveva il cappuccio della felpa legato tanto stretto sulla faccia da sembrare il di dietro di una tenia gigante. Questi parlò: “Capo, simu arrivt?”
“Dio, Bottone, non si capisce un tubo con quel coso stretto sulla faccia. Ma ci vedi? Sì, il futuro è a due passi. Pedala.”
Le bici si avvicinarono al recinto che circondava il capannone. Capo disse: “Giù, in quelle frasche!” e i due si lanciarono dalle selle rotolando fin dentro un grosso arbusto lì accanto.
Da lì, corsero a un altro arbusto e poi a un altro proprio sotto il recinto. Capo mise fuori la testa per studiare il profilo del capannone, appena visibile nel buio. Tornò dentro: “Tutto tranquillo. Niente e nessuno in vista.”
“E su c’ sunu dei cann? O dull gurdiu?”
“Non c’è nessuno, te l’ho detto. E poi, sei o non sei un ninja? Ripeti con me: io sono un ninja...”
“I’ sun nn nngiu!”
“Bravo. Non servono addestramenti, il ninja è uno stato mentale. E poi questa storia è morta e sepolta, nessuno si aspetta un’intrusione.”



