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venerdì 21 settembre 2012

Il soffio di Eolo


La strada di terra battuta portava all’anonimo capannone, in mezzo alla campagna. Nella notte senza luna due bici si stavano avvicinando saltellando, invisibili ma rumorose. I due piloti erano vestiti tutti di nero. Il più alto e magro aveva un passamontagna mentre quello più tarchiato aveva il cappuccio della felpa legato tanto stretto sulla faccia da sembrare il di dietro di una tenia gigante. Questi parlò: “Capo, simu arrivt?”
“Dio, Bottone, non si capisce un tubo con quel coso stretto sulla faccia. Ma ci vedi? Sì, il futuro è a due passi. Pedala.”
Le bici si avvicinarono al recinto che circondava il capannone. Capo disse: “Giù, in quelle frasche!” e i due si lanciarono dalle selle rotolando fin dentro un grosso arbusto lì accanto.
Da lì, corsero a un altro arbusto e poi a un altro proprio sotto il recinto. Capo mise fuori la testa per studiare il profilo del capannone, appena visibile nel buio. Tornò dentro: “Tutto tranquillo. Niente e nessuno in vista.”
“E su c’ sunu dei cann? O dull gurdiu?”
“Non c’è nessuno, te l’ho detto. E poi, sei o non sei un ninja? Ripeti con me: io sono un ninja...”
“I’ sun nn nngiu!”
“Bravo. Non servono addestramenti, il ninja è uno stato mentale. E poi questa storia è morta e sepolta, nessuno si aspetta un’intrusione.”