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martedì 2 febbraio 2016

Bollettino di navigazione, 1 febbraio, quinto anno in mare


Dove siamo, chiedete o voi che leggete questo bollettino.

Eh, sembra facile. Eppure, sapete, succede che si è chiusa la votazione per il contest più centocinquantenario che c'era, buon compleanno Alice, e così si è fatto festa, Yukie ha portato il rum buono, e versa qui versa là abbiam versato sulla carta nautica.

Che ci faceva fuori coperta la carta nautica? Eh beh, sapete che abbiam lanciato una mini-sfida per San Valentino. C'è chi ha pensato bene di far fare una passeggiata a lume di luna alla carta in questione.

Allora che fai, che non fai, cerchi di agguantare la prima carta che trovi. Così il buon Giuseppe mi ha passato il libro che aveva appena recensito. Solo che, se sapete che libro è, figurati: ha cominciato a sbuffare fuliggine, e la carta è diventata ancora più un disastro!

Per fortuna lì accanto c'era Paolino che aveva appena scritto di punteggiatura in area didattica. La sua provvidenziale bandana ha asciugato il misfatto.

Solo che non è finita qui. Perché mentre cercavamo di ripassare ciò che ancora si vedeva della carta, sono arrivati gli autori dei racconti del mese, con la foga di votare. E via alla mandria, spintoni, botte, e cartina per terra calpestata peggio di una sogliola.

E insomma, adesso non ci resta che navigare a vista.

Ma in fondo che ci frega? La taverna è sempre piena di chiacchiere, abbiamo pure un altro manoscritto in valutazione, sempre nuovi concorsi segnalati, per cui non ci resta che augurarci: Alla via così!

martedì 22 gennaio 2013

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 8 - Il Cliffhanger

Stiamo guardando la nostra serie preferita in televisione: la scena è altamente drammatica, il protagonista sta facendo a pugni con l’antagonista proprio a ridosso di una scogliera, ogni tanto i piedi dell’uno o dell’altro scivolano pericolosamente sul bordo (facendo rotolare terra e sassi giù dal precipizio); il nostro eroe sembra avere la meglio, quando un colpo ben assestato dell’antagonista gli fa perdere l’equilibrio. Il poverino barcolla e cade nel vuoto. Cuore in gola (il nostro): l’eroe ha avuto la peggio? La camera scende a inquadrarlo: eccolo è ancora vivo, con le mani aggrappate alla scogliera e i piedi nel vuoto. Sotto di lui gelide correnti pronte a inghiottirlo. – FINE – Titoli di coda.

E il nostro eroe? Per sapere se e come se la caverà dobbiamo attendere la prossima puntata.

Questo è un cliffhanger (che significa letteralmente “appeso alla scogliera” ;) ), un espediente narrativo che consiste nell’interrompere la narrazione in corrispondenza di un colpo di scena, prima della sua risoluzione, in modo da tenere lo spettatore in tensione e con la curiosità di vedere la puntata successiva.
È una tecnica molto usata nelle serie televisive, dove spesso c’è una trama più breve, che si sviluppa e si conclude nell’arco della puntata, e una sottotrama che dura per tutta la serie o addirittura per più stagioni (e di solito nel finale di stagione c’è l’interruzione più emozionante e più brusca, perché deve tenere viva la fedeltà dello spettatore per un lasso di diversi mesi).

Non pensate che questa sia una tecnica solo televisiva e cinematografica: era già stata sfruttata da scrittori illustri come Alexandre Dumas padre con “I tre moschettieri” e Victor Hugo con “I miserabili”, entrambi usciti per la prima volta come romanzi d’appendice, ossia a puntate, pubblicati a cadenza settimanale su quotidiani.

E se non scriviamo a puntate? Questa tecnica si presta bene per tenere alto l’interesse del lettore a ogni fine capitolo. C’è chi la usa per introdurre nel capitolo 1 il protagonista, farlo conoscere al lettore e lasciarlo in una situazione aperta (meglio se rischiosa) a fine capitolo. Il capitolo 2 si apre con un altro personaggio e con una storia apparentemente slegata dalla precedente, che si conclude con un'altra situazione aperta, per riprendere nel capitolo 3 le fila del primo o aprire una terza trama con un terzo protagonista (che manco a dirlo verrà lasciata in sospeso). L’importante è che alla fine tutte le situazioni aperte vengano risolte e possibilmente in maniera originale e credibile, altrimenti è meglio che i lettori infuriati non vengano a sapere il nostro indirizzo di casa… zac
Stephen King è maestro in quest’arte, ma anche un certo Simone Marzini non se la cava male con questa tecnica.

Questo è tutto, per oggi. Possiamo parlare di cliffhanger letterari o televisivi che ci hanno tenuto col fiato sospeso. O della volta che abbiamo usato questa tecnica in qualche nostro scritto.

Tenevi pronti, perché la prossima settimana vi parlerò di
Yukie

lunedì 17 dicembre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 7 - La stanza bianca



In narrativa, oltre a conoscere le tecniche che si possono utilizzare, è bene fare anche attenzione agli errori da evitare. Uno di questi è l’effetto “stanza bianca”.
Leggiamo questo dialogo:
“Dottoressa, cerco di condurre la mia vita sociale con discrezione. Al momento non frequento nessuno in particolare.”
“Questo la rende nervoso, Ted?”
“Non più del normale.”
“Che cosa la rende nervoso?”
“Nervoso? Non saprei rispondere a questa domanda. Le solite cose che rendono nervosi tutti. Il costo della vita, quando il bambino si ammala…”
Abbiamo due persone che parlano: Ted e una dottoressa. Capiamo che il rapporto tra i due è piuttosto formale, si danno del lei e Ted risponde senza ribellarsi alle domande inquisitorie della dottoressa. Ma dove ci troviamo: in uno studio medico, in tribunale, in un talk show televisivo? Non si sa.

L’effetto stanza bianca avviene quando i personaggi parlano “in mezzo al vuoto”, quando il lettore non ha sufficienti elementi per collocarli in un’ambientazione.

In realtà il brano precedente è un estratto del libro di Avery Corman “Kramer contro Kramer” a cui ho volutamente tolto i riferimenti spazio/temporali. Questo è l’estratto nella sua interezza:
Il giudice nominò due psicologi incaricati di esaminare le case e le personalità delle parti in causa. Una sera di un giorno feriale arrivò nell’appartamento di Ted una signora paffuta sui quarant’anni, che non sorrideva mai.
(…)
“Dottoressa, cerco di condurre la mia vita sociale con discrezione. Al momento non frequento nessuno in particolare.”
“Questo la rende nervoso?”
“Non più del normale.”
“Che cosa la rende nervoso?”
“Nervoso?”
La sua presenza, il processo, Joanna, il suo avvocato, il giudice, il fatto di essere giudicato sulla parte più importante della mia vita.
“Non saprei rispondere a questa domanda. Le solite cose che rendono nervosi tutti. Il costo della vita, quando il bambino si ammala…”
“Benissimo. Vorrei parlare con il bambino, se permette. In privato.”
Proprio sulla porta della sua camera, Billy stava costruendo una metropoli…
Adesso, pur essendo un frammento, è molto più completo: sappiamo che la conversazione si svolge a casa di Ted e che dal suo esito dipenderà l’affidamento del figlio Billy.
È importante che sia sempre chiara la collocazione dei personaggi, altrimenti la conversazione rischia di passare in secondo piano, perché il lettore passa il tempo a domandarsi dove diavolo si trovano. E se non riesce a immaginarlo non potrà entrare veramente nella storia e “viverla” come se fosse reale.
Vediamo un altro dialogo:

“Attento Billy, un’astronave ci attacca da destra!”
“Maledetti alieni! Ora gliela faccio vedere io. Prendi questa bomba, mostriciattolo.”
“Ben fatto, l’hai distrutta.”
“Arriva un altro gruppo di astronavi nemiche, pronto a combattere Mike?”

Ok, nemmeno qui ci sono riferimenti ambientali, ma dal dialogo possiamo evincere che i due si trovano a bordo di un’astronave e sono impegnati in una battaglia contro gli alieni. Giusto?
Sbagliato. Perché la scena prosegue così:

“Ancora davanti a quella playstation? Spegnetela, che vi frigge il cervello, e andate a giocare a pallone.”
“Ancora un minuto mamma, abbiamo quasi superato il secondo livello.”

Ecco, l’ambientazione è arrivata, ma è tardiva. Perché eravamo convinti di volare con due eroi dello spazio e trovare due ragazzini seduti sul divano ci spiazza. Non è che non si possa fare (non esistono divieti in narrativa) ma bisogna farlo con criterio. Se il dialogo “fuorviante” si limita alle battute scritte sopra può essere ancora accettabile, ma se prosegue così per pagine e pagine e solo alla fine scopriamo che è tutto un gioco, rischiamo di giocarci anche il lettore, che si sentirà preso in giro e non sarà più disposto a seguirci nella storia che gli raccontiamo.
Quindi attenzione all’effetto “stanza bianca”: cerchiamo di tratteggiare sempre l’ambientazione dove si muovono i nostri personaggi. Bastano anche pochi elementi, l’importante è che il lettore sappia cosa immaginarsi.

Esercizio: Riprendi questo dialogo e inseriscilo in un contesto.

“E adesso, come hai intenzione di muoverti?”
“Ci devo pensare. Non è facile, ma non mi do per vinto.”
“È l’atteggiamento giusto. Ma non so se questa volta ti servirà.”
“Questo lo vedremo. Ho ancora delle carte da giocarmi.”




Yukie
Pescepirata.it 


Lezione nr 1
Lezione nr 2
Lezione nr 3
Lezione nr 4 
Lezione nr 5 
Lezione nr 6

mercoledì 12 dicembre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 6 - Il crogiolo



Sappiamo (lo sappiamo, vero?) che a muovere una storia è sempre il conflitto. Una storia in cui dall’inizio alla fine tutto va bene e tutti sono felici, da leggere sarebbe una noia mortale. Ci vuole azione per creare interesse e questa è data dal conflitto.
Il conflitto nasce da un desiderio del protagonista, che viene ostacolato nella sua realizzazione dall’antagonista. È il conflitto che coinvolge il lettore e lo induce a proseguire, per sapere se e come il protagonista realizzerà il suo desiderio. Più sono gli ostacoli lungo il cammino, più sarà interessante scoprire quali azioni intraprenderà per superarli.

Ebbene c’è un modo per inasprire il conflitto e questo modo si chiama CROGIOLO
Il crogiolo è la costrizione, fisica o psicologica, che obbliga i personaggi a stare assieme nonostante i loro desideri.
Protagonista e antagonista si odiano ma, naufragati su un’isola deserta insieme alla donna che entrambi amano, si trovano costretti a cooperare per sopravvivere. Questo sì che è interessante! La forzata collaborazione dà modo all’autore di approfondire la psicologia di entrambi: i rapporti come si evolveranno? I loro gesti saranno leali o uno dei due cercherà di sopraffare l’altro? E con la donna amata come si comporteranno?

Il crogiolo si manifesta bene quando gli antagonisti si trovano, loro malgrado, costretti a condividere lo stesso spazio vitale: la stessa cella in prigione, la stessa stanza in collegio, la stessa nave in balia di una tormenta…

Ma ci sono anche altre situazioni che creano il crogiolo: quando ad esempio tra i due nemici si mette in mezzo un terzo che li ostacola entrambi. O quando la sopravvivenza di uno è strettamente legata a quella dell’altro. Pensate a Dottor Jekyll e Mister Hide: in questo caso i due antagonisti convivono nella stessa persona!

Esercizio: Provate a inventare una situazione in cui sia presente un crogiolo.
Yukie

mercoledì 17 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 4 - Il titolo


corso di scrittura

 

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 4 - Il titolo

ANEDDOTO
Un autore quasi sconosciuto propone un libro che, dopo diversi giri, finisce sul tavolo di Antonio Franchini, editor degli Omnibus. Il libro piace ma è particolare, difficile da collocare. All’editor viene in mente un titolo a effetto e decide di puntare su quello, lo propone all’autore, che accetta. E il libro ha un successo straordinario.
L’autore è Paolo Giordano, il libro “La solitudine dei numeri primi”
I numeri primi sono indivisibili, se non per se stessi o per uno. Questa caratteristica li rende diversi e la loro diversità si traduce in solitudine. Il titolo contiene quindi la tragedia del sentirsi diversi, sulla quale si fonda il romanzo. Ovviamente il romanzo è di qualità per aver conseguito tanto successo ma, a detta di Franchini, senza quel titolo forte difficilmente Giordano sarebbe esploso.

Quanto conta l’editore nella scelta del titolo?
Come si è visto dall’aneddoto, il titolo è un elemento importante, capace di contribuire in modo determinante al successo di un libro. L’editore ha sempre voce in capitolo su questo aspetto, perché conosce il mercato meglio dell’autore. Dal canto suo quest’ultimo conosce meglio il romanzo e può suggerire un titolo attinente all’argomento del libro. La sinergia tra autore ed editore è quindi la formula vincente per arrivare a una soluzione originale, che soddisfi entrambi e soprattutto il pubblico.
Quando inviate a un editore il vostro manoscritto potete usare la formula: Il titolo da me proposto è Oppure, se ne avete più di uno: I titoli da me proposti sono e di seguito l’elenco dei titoli a cui avete pensato. In questo modo farete capire all’editore che avete iniziativa, ma che siete anche disponibili a negoziare su questo aspetto.

Quali sono i segreti di un titolo efficace?
Immaginiamo una persona che entra in libreria, si muove tra i vari espositori, legge i titoli sui dorsi dei libri e ogni tanto ne estrae uno per leggere l’incipit o la quarta di copertina. Che cosa l’ha convinto a prendere in mano proprio quel libro? Il titolo, nella maggior parte dei casi. Soprattutto se l’autore è esordiente e quindi poco o nulla conosciuto.
I meccanismi di scelta sono poco razionalizzabili, più vicini alla suggestione che al ragionamento. Vediamo allora se e come è possibile creare questa suggestione.

Calvino diceva che i titoli migliori sono quelli brevi, fatti di una sola parola, che si possono ricordare subito. Poi, però, ammetteva che il suo titolo più brutto era "Palomar", e il più bello "Se una notte d'inverno un viaggiatore..."

E questo già fa capire che per dare un titolo a un’opera non ci sono formule magiche né matematiche. Sintetizzando però possiamo elencare alcune caratteristiche presenti nei titoli “di successo”.

- Il titolo è evocativo (“La solitudine dei numeri primi”, “Figli di un dio minore”)
- Specifica il genere del romanzo (“Assassinio sull’Orient Express”, “Portello Pulp”)
- Richiama elementi forti del romanzo (“Shining” “Il codice Da Vinci” )
- Ha un significato preciso rispetto alla trama (“Camera con vista”, “La bambina che amava Tom Gordon”)
- Prende il nome del protagonista. In questo caso però deve trattarsi di un personaggio forte, di quelli indimenticabili (“Dracula”, “Anna Karenina”)

È ovvio che nessuno può insegnare a titolare un’opera, però conoscendo gli elementi che suscitano di solito interesse nel lettore si può lavorare su quelli.
Vi propongo un esercizio/ gioco. Io invento una trama, voi trovate il titolo a questo libro.

TRAMA
L’equipaggio della “Pescepirata” approda a un’isola misteriosa, che a prima vista sembra disabitata. Secondo una vecchia mappa rinvenuta dai capitani pare che in quest’isola si celi un favoloso tesoro. I pirati sbarcano per cercarlo e si sistemano costruendosi capanne di legno e paglia. La situazione è divertente, persino romantica, e i pirati si lasciano andare a una serata di festa sulla spiaggia a base di rum e canzoni.
La mattina seguente però i due capitani sono scomparsi e al loro posto viene trovato un biglietto con delle indicazioni. Se vogliono ritrovarli vivi devono scrivere tutti insieme il primo capitolo di un libro e alla sera posarlo sotto a un albero, in un punto preciso dell’isola. La mattina seguente troveranno il primo indizio per cercare i capitani. Per avere il secondo indizio dovranno scrivere il secondo capitolo, e così via: ogni giorno un indizio e un capitolo da scrivere.
A libro finito, con l’ultimo indizio, la ciurma ritrova i capitani e scopre che sono stati proprio loro a simulare il rapimento, per costringere l’equipaggio a scrivere. Il tesoro non esiste, o meglio il tesoro è proprio il libro che hanno scritto a più mani, che pubblicato da un importante editore, diventerà un best seller.


TITOLO?
A voi inventare un titolo per questo pastrocch :shock: questo capolavoro letterario.


Lezione nr 1
Lezione nr 2
Lezione nr 3

www.pescepirata.it


martedì 9 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 3 - Hook



“Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni inquieti si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto ripugnante. Se ne stava sulla schiena, dura come una corazza e sollevando un po’ la testa scorse il suo ventre arcuato, scuro e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le numerose zampe, penosamente fitte e sottili se comparate alla sua normale corporatura, annaspavano senza tregua proprio sotto il suo sguardo.”

Anche se siamo su una nave pirata, l’argomento di oggi non è Capitan Uncino. Parliamo invece di “narrative hook”.
Quello sopra, l’avrete riconosciuto, è l’inizio del libro “La metamorfosi” di Kafka. Un incipit che non lascia certo indifferenti: una mattina il protagonista si sveglia e si trova trasformato in un grosso insetto. Com’è possibile, che cosa gli sarà successo? Che cosa farà adesso? Poche righe che “agganciano” il lettore e lo inducono a continuare la lettura, finché a ogni sua domanda venga data risposta. Questo è un “narrative hook” o un uncino narrativo, per dirlo con parole di casa.
Si tratta di una tecnica letteraria che viene impiegata all’inizio di una storia e che “uncina” l’attenzione del lettore, per invogliarlo a continuare la lettura. L’inizio può consistere in diversi paragrafi per una storia breve, o in diverse pagine per un romanzo, ma idealmente è la frase iniziale.
Un ottimo modo di catturare il lettore, specialmente in un racconto d’azione, è quello di iniziare la narrazione “in media res”, ossia partire da un momento drammatico (una scena di battaglia, un litigio, un evento improvviso...) e poi tornare con un flashback a raccontare gli antecedenti.

Ma non è l’unico hook possibile, ci sono altri modi di agganciare il lettore. Studiamo qualche altro incipit famoso.
“Era una luminosa e fredda giornata d'aprile, e gli orologi battevano tredici colpi." 1984 di George Orwell 
Come sarebbe a dire che gli orologi battevano tredici colpi, quando normalmente non ne battono più di dodici? Ecco che in una frase il lettore è già catturato.

“Tutto ebbe inizio per via di un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e, all’altro capo, una voce che chiedeva di qualcuno che non era lui.” Città di vetro Paul Auster
A cosa può aver dato inizio una telefonata sbagliata? Per saperlo il lettore deve continuare a leggere.


"Mi anno bocciata a dodici anni perche o fatto una bambina con mio papa. Mia filia cia la sindome di Down. " Push -La storia di Precious Jones Sapphire.
Un incipit drammatico e per di più sgrammaticato. Chi sarà questa Precious Jones che ci racconta la sua storia? Come si può resistere a non saperne di più?

Pirati, a voi la palla (di cannone): avete mai inserito un hook nei vostri incipit? Pensate che sia un buon metodo per agganciare l’interesse del lettore, o lo considerate solo un trucchetto da quattro soldi?
Ai più volenterosi propongo un esercizio: provate a scrivere un incipit (da una/due righe fino a un breve paragrafo) in cui sia presente un uncino narrativo. 
Ovviamente non correggerò l’esercizio, in quanto non esiste una risposta giusta o sbagliata, ma sarebbe bello che commentassimo insieme tutti gli incipit inseriti, per vedere quale ci ha catturato di più, o in che modo si possono migliorare per renderli più efficaci.


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Le precedenti lezioni: appunti di scrittura 1 e appunti di scrittura 2

lunedì 1 ottobre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 2 - La punteggiatura nei dialoghi

 

Entriamo nella pratica, con un argomento che sembra semplice ma che a volte lascia dei dubbi: come va inserita la punteggiatura nei dialoghi?

Intanto sappiamo che i tratti convenzionali usati per i dialoghi sono di tre tipi: 
Il trattino: – Viva Pescepirata! 
(Il trattino in chiusura si mette solo se c’è una continuazione della frase: – Viva Pescepirata! – disse yukie.) 
I caporali: «Viva Pescepirata!»
Le virgolette alte: "Viva Pescepirata!" 

È sufficiente aprire un paio di libri a caso per vedere dialoghi in cui la punteggiatura è presente nei modi più diversi. Questo succede perché ogni casa editrice ha le sue convenzioni, ma se osservate bene c’è una regola(quasi) sempre rispettata, ed è quella della consequenzialità: 
“Se c'è consequenzialità nel discorso, la frase che segue il dialogo non vuole la maiuscola. Se non c'è consequenzialità, la frase dopo il dialogo inizia con la maiuscola e la frase di dialogo deve finire con il punto.”

Per capire meglio facciamo qualche esempio.




Con consequenzialità:

– Hey, MasMas, tutto tranquillo a bordo? – chiese il capitano.

Essendo consequenziale al dialogo, chiese va scritto in minuscolo, anche se la frase di dialogo finisce con il punto interrogativo.
Anche spezzando il dialogo con l'inciso chiese resta in minuscolo:

– Hey, MasMas – chiese il capitano, – tutto tranquillo a bordo? 


La virgola, per come mi è stato insegnato, si sposta al termine dell'inciso, ma questa è una convenzione di Mondadori; in libri di altri editori potete trovarla anche all’interno del dialogo (qui dopo MasMas per capirci). Comunque, se presentate a una casa editrice un libro in cui i dialoghi seguono convenzioni diverse dalle loro, non per questo si scompongono. Diverso è fare errori di punteggiatura (tipo, nel caso sopra, scrivere chiese in maiuscolo).

Senza consequenzialità:

– Grazie, Peta. – Quella ragazza era davvero gentile.

Nella frase che segue il dialogo, non c’è consequenzialità perciò, come tutte le frasi di senso compiuto, inizia con la maiuscola e finisce con il punto. Allo stesso modo ci deve essere il punto dopo Peta, perché chiude la frase.

Se la frase precede il dialogo (Anne chiese avete visto Black Bart) ci vogliono i due punti.
Anne chiese: – Avete visto Black Bart?


Se qualcuno ha voglia di mettersi alla prova, ecco un brano senza maiuscole e senza punteggiatura. Inseritele voi:

– laura hai parlato con marco 
– no perché cosa dovevo dirgli 
simona alzò gli occhi al cielo – ma dove hai la testa – non riusciva a credere che laura se ne fosse dimenticata 
– dai non farmi stare in ansia – la pregò laura 
– dovevi dirgli che hanno anticipato l'esame – si decise a confessare simona – a questo venerdì 
laura portò le mani alla bocca – oh santo cielo – esclamò – l'avevo dimenticato ora non farà in tempo a prepararsi
– esagerata – a fatica simona trattenne una risata – se lo avverti adesso avrà tutto il tempo di studiare 
laura si precipitò al telefono


La discussione continua sul forum Pescepirata


Se hai perso la prima parte degli appunti di scrittura creativa di Yukie  la puoi rileggere cliccando QUI


lunedì 24 settembre 2012

Appunti di scrittura creativa di Yukie: 1- Editing o revisione?



Panino col salame, lattina di coca... crunch crunch... :shock: 'mbè, che avete da guardare? Me l'ha detto il capitano di mettermi qui a fare lo spuntino... crunch crunch...
Mmh, ora che ricordo meglio, mi aveva chiesto di fare dei piccoli spunti. Ops!... Fatemi nascondere le briciole sotto a questo barile... non mi ha visto, vero?
Bene... cominciamo.


Con questo post inauguro una rubrica fissa che tratterà di tecniche narrative (non esistono solo il PdV e lo show don't tell!), formattazioni del testo, nozioni di editing, ecc. Tutte piccole cose che ci aiuteranno a migliorare la scrittura. Non hanno la pretesa di essere delle lezioni, sono solo degli spunti per parlare insieme del nostro hobby preferito (hey tu, parlavo della scrittura, metti via quella collezione di francobolli!).

Per cominciare, direi di fare chiarezza su editing e revisione. 
Sono la stessa cosa? Sì e no. 
Entrambi sono lavori che servono a migliorare un testo narrativo, con la differenza che l'editing si fa sui testi altrui e la revisione sui propri. E per quanto possa sembrare il contrario, non è una distinzione da poco. Vediamo perché. 

EDITING

Innanzitutto il lavoro di un altro scrittore non ci appartiene. Questo significa che un buon editing non deve snaturare lo stile dell'autore né la struttura dell'opera. Non possiamo riscrivere il testo solo perché, a nostro gusto, è preferibile così. Gli interventi devono essere il più possibile leggeri, e mirati a correggere errori e debolezze del testo che stiamo editando. Se proprio riteniamo che - oggettivamente - alcune frasi trarrebbero beneficio da una riscrittura, possiamo suggerire all'autore le modifiche che riteniamo utili, lasciando a lui la decisione finale sul cambiamento.